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07
Gen
10

Multiculturalismo e cittadinanza

Ha ragione Giovanni Sartori (sul Corriere di oggi la sua replica alle molte lettere che ha ricevuto dopo il primo articolo del 20 dicembre, l’intervento di Sergio Romano, l’ottimo articolo di Angelo Panebianco e la replica a Tito Boeri) quando fa calare il velo di ipocrisia che spesso avvolge la questione del multiculturalismo in una parte della nostra cultura. La questione, ricordo, riguarda l'”integrabilità” degli islamici nella cultura democratica e nella convivenza tollerante che l’Occidente ha imparato a proprie spese, in vista del dibattito sulla cittadinanza alla Camera (che dovrebbe cominciare entro breve). Il dato di partenza ricordato da Sartori e Romano è che storicamente le comunità islamiche, quando sono compatte, non si sono integrate né in Occidente né altrove. Boeri replica con i dati, confortanti, sui matrimoni misti in Germania e in Francia e richiama giustamente l’attenzione sul fatto che i casi di non integrazione sono minoritari, almeno se visti in questa prospettiva.

Mi soffermo solo sulla differenza fra pluralismo e multiculturalismo “ideologico”, richiamata da Sartori oggi ma già implicita nella replica a Boeri. Mi pare ben detto che “le società liberal-pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione” giacché “Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’ immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta.” (replica a Boeri del 5 gennaio). E’ esattamente qui la differenza fra pluralismo e “dis-integrazionismo” (preferisco questo termine alla nozione di “multiculturalismo ideologico”: il multiculturalismo o è un fatto o è un’idea di convivenza politica che non è, come vorrebbe Sartori, la “separazione di etnie in ghetti culturali”- Corriere di oggi).

Il pluralismo, come ricordava fra l’altro Isaiah Berlin in “La ricerca dell’ideale” (ripubblicato in italiano in Il legno storto dell’umanità, Adelphi) è cosa diversa dal relativismo: quest’ultimo, al pari del suo contrario e cioè l’assolutismo morale, genera i ghetti, perché se le tradizioni altrui sono pensate come radicalmente altre (che le si consideri tutte false tranne la mia o tutte vere perché soggettive poco importa) allora non vi è né comunicazione né reale convivenza. La pluralità delle concezioni morali non è invalicabile: con le parole di Berlin, “I membri di una cultura possono, grazie all’immaginazione, capire (Vico diceva entrare) i valori, gli ideali, le forme di vita di un’altra cultura o società […] Potranno giudicare inaccettabili questi valori, ma con una sufficiente apertura mentale possono capire come un essere umano sia tale a pieno titolo […] anche se poi vive in un quadro di valori che sono sì fortemente diversi ma non per questo cessano di essere valori”.

Ora, il punto è precisamente chi debba prima di tutto porsi nel punto di vista cui fa riferimento Berlin: il riconoscimento dell’inviolabilità dell’altro. Non è certo il liberale o il democratico a non porre libertà e uguaglianza fra le persone a fondamento della sua etica civile. E’ invece l’integralista, il fondamentalista a negare quel riconoscimento.

Ora, è vero che la cultura islamica non è sempre stata fondamentalista e non lo è tuttora in molta sua parte. Tuttavia, per superare il rifiuto del riconoscimento dei vincoli etici e politici che la comune umanità richiede non basta conferire la cittadinanza. Quest’ultima in realtà presuppone, negli adulti (per i minori c’è il processo pubblico di socializzazione – quando funziona), che si aderisca espressamente proprio a quei valori che una Carta costituzionale esprime e che sono richiesti per la convivenza democratica. Se in modo diretto o indiretto si esclude la reciproca tolleranza, il rispetto di ogni persona e la volontà di cooperare solidalmente al bene comune (e non solo a quello della propria comunità) non si può accedere alla vita democratica. Questi valori, dice Berlin ma lo diceva già tutto l’illuminismo (e in particolare Kant), sono accessibili a chiunque (lo dice in realtà già san Paolo nella lettera ai Romani) e pertanto, come anche Aristotele ricordava, la loro negazione o ignoranza non è scusabile. Ora, se si mostra di voler negare o di non voler accettare questi valori, che non escludono nessuno stile di vita che non violi il rispetto, è legittimo dubitare che si voglia prendere sul serio la nozione di cittadinanza. Ciò significa che a chi vuole la cittadinanza si richieda qualcosa di più della semplice residenza continuativa, cioè un esplicito riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini come scritti nella Carta. Questo dovrebbe bastare a concedere l’ammissione.

Cosa diversa è l’integrazione, l’idea cioè che la cultura ospite assorba alcuni elementi caratterizzanti della cultura ospitante. Questo può accadere ed è accaduto spesso (le nostre culture sono tutte ibride) ma non può essere prodotto con l’ingegneria sociale. Accettare i parametri di una convivenza democratica non significa integrarsi. Le forme della permanenza sul territorio di culture diverse dipendono da molti fattori, che non sono tutti compresi nel rispetto delle regole liberali. (Per inciso, è esattamente questo il problema su cui si è arrovellato lungamente il secondo Rawls). Non è detto che si debba ricercare l’integrazione: alcune culture non sono in grado di assorbire le visioni del mondo di altre e forse la grandezza del mondo europeo sta nel suo derivare dalla capacità incredibile dei romani (ben documentata da Remi Brague) di assorbire tradizioni e filosofie “straniere” (come fecero con la filosofia e la letteratura greche, ad esempio).

Nell’ottica liberale il primo passo è piccolo ma esigente: non si promette l’integrazione ma solo il rispetto, l’eguale rispetto promesso e preteso. Progetti di conquista silenziosa o di penetrazione territoriale e politica che mirano alla disgregazione o al predominio non possono essere accolti (noi stessi abbiamo praticato questa appropriazione indebita, ma non per questo dobbiamo ora subirla). Non so se ci sia un simile progetto, ma per parte nostra deve essere chiaro che non siamo disposti a tollerarlo. E porre delle condizioni alla cittadinanza è uno di questi modi: questa di per sé non produce cittadini liberali, ma bisogna essere liberali per essere cittadini di uno stato liberale.




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