Posts Tagged ‘neuroetica

18
Gen
10

Alla ricerca delle morali perdute

Si può pensare la riflessione morale (filosofica e non) come un viaggio Alla ricerca delle morali perdute.  E’ su questo tema che l’estinto mi onora di un suo post, che certamente troverebbe d’accordo anche l’amorale.

Si può pensare l’etica, dicevo, non come la ricerca dell’unica morale giusta, vera, universale e definitiva: una cosa del genere semplicemente non esiste. Bensì come la ricerca dei criteri in base ai quali possiamo escludere dal novero delle morali accettabili quelle ingiuste, mostruose, false. E’ probabile che morali di questo tipo siano morali perdute.

Mi spiego: gli esseri umani hanno una tale creatività che potrebbero inventarsi la più bizzarra e raccapricciante delle morali. Anzi, è proprio questo che hanno fatto nel corso dei secoli, creando morali razziste, schiaviste, misogine, improbabilmente astratte, assurdamente ascetiche o perversamente libertine. In punta di fatto, le morali sono il catalogo dell’umana follia. Alcune di queste sono state sconfitte dalla storia (e forse questo è un argomento a favore dell’idea di progresso morale), altre prosperano nonostante suscitino orrore in molti, altre ancora, forse più perverse di quanto sappiamo immaginare, si presenteranno nel futuro (e questo è un argomento contro il progresso morale).

Tuttavia, c’è un senso in cui si può dire che le morali immorali (chiamiamole così) non sono più una reale possibilità per gli uomini: se si prova davvero a vivere in quel modo (da nazista puro, poniamo, o da schiavista convinto o anche solo da perfetto egoista razionale) ci si scontra con un limite che ha a che fare tanto con la biologia quanto con la filosofia. Continua a leggere ‘Alla ricerca delle morali perdute’

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08
Gen
10

La rivoluzione neuroetica. Forse.

 

Ho curato un numero monografico della rivista Ethics&Politics sulla neuroetica (neuroethics: the issue is in English!). Ci sono vari contributi: in particolare, uno di Neil Levy (autore del miglior libro scritto in argomento fino ad oggi) sul neuromarketing e altri interventi che fanno proposte o analisi critiche delle tesi che nel dibattito vanno per la maggiore.

L’idea guida, espressa nell’introduzione, è che la neuroetica è quasi una rivoluzione. Vediamo perché. Questi studi sull’etica nel cervello (diciamo così) si basano su un nuovo strumento che si è reso disponibile dai primi anni Novanta: la Risonanza Magnetica Funzionale per Immagini (in inglese: fMRI). Questa consente di “vedere” il consumo metabolico delle cellule cerebrali mentre la persona svolge un compito cognitivo (fare calcoli, immaginare, ma anche provare emozioni) o pratico (per esempio, prendere delle decisioni). Ora, se con la fMRI possiamo “vedere” (in realtà vediamo solo il consumo di energia delle cellule attivate) quale area del cervello si attiva quando prendiamo decisioni morali, allora è un po’ come vedere le fasi di Mercurio o i pianeti di Giove con il cannocchiale di Galileo. Abbiamo cioè uno strumento che ci mostra dal vivo cosa succede quando, per esempio, dobbiamo scegliere se azionare uno scambio per deviare un vagone in corsa che ucciderebbe cinque persone ma che, una volta deviato, ne ucciderebbe un’altra (cioè il dilemma noto come Trolley problem, creato da Philippa Foot in un articolo del 1967). Vedere, ad esempio, che le aree che si ritengono legate all’emozione si attivano fortemente in questi casi di decisione problematica è decisamente meglio che soltanto ipotizzare che le emozioni siano coinvolte nella moralità. Quindi, la fMRI è come il cannocchiale.

Non solo: Galileo cercava le fasi di Mercurio e Venere perché aveva accolto la rivoluzione copernicana. Se la terra e gli altri pianeti girano intorno al sole e non viceversa, allora tutti i pianeti hanno fasi (la cosa è più complicata, ma semplifichiamo). Galileo non avrebbe visto ciò che ha visto se non avesse creduto in questa premessa teorica, di guardare a partire dalla centralità del sole e non della terra. Bene. Qualcosa di simile è avvenuto in etica in età moderna: i filosofi, a partire da Cartesio, Hobbes, Spinoza e per finire Kant, hanno smesso di cercare la fondazione dell’etica là fuori, nella natura, e hanno cominciato a guardare nel soggetto. Non la terra (e così il cosmo come ordine esterno all’uomo) ma l’uomo è la sorgente di forza normativa della morale (come la forza di gravità). La morale deriva dal nostro modo di ragionare. Questa è la rivoluzione copernicana in etica. Ora, se usiamo la fMRI per guardare nel cervello pensando che è da lì che viene la forza normativa dei nostri giudizi morali abbiamo un buono strumento per capire (forse!) perché la morale ha autorità. Interessante, no?

Ma l’analogia si ferma qui. Per prima cosa non tutti sono d’accordo che la morale tragga autorità dal soggetto: aristotelici, tomisti e naturalisti di vario genere sono convinti che l’ordine morale sia nella natura o nel suo creatore o nel processo evolutivo. Ancora meno credono che la morale stia “nel cervello”: emozioni, ragioni, argomenti, decisioni non sembrano essere del tutto riducibili a scambi biochimici fra neuroni. Forse. Ma qui importa solo che sappiamo con certezza che il cervello è coinvolto nella morale e che, per questo, sapere che cosa succede lì è comunque importante. Per esempio: una teoria morale che dicesse che le decisioni morali non implicano alcuna emozione riceve un brutto colpo dalla dimostrazione scientifica che quando decidiamo si attivano le aree connesse alle emozioni. In realtà, tutti i filosofi seri hanno sempre riconosciuto che la decisione coinvolge tanto i ragionamenti quanto le emozioni (Aristotele: “la scelta è desiderio che ragiona o intelletto che desidera”), ma il fatto di avere una conferma sperimentale non è indifferente (per una volta, la scienza conferma la filosofia).

Inoltre, la rivoluzione scientifica fu completa solo dopo che Newton scovò un principio unitario (la legge di gravitazione universale) per spiegare tutti i movimenti dei pianeti e perfino del sole stesso (dal sistema newtoniano si può evincere che la nostra galassia non è l’unica esistente). Solo così si può parlare di rivoluzione scientifica: quando tutti i fenomeni noti sono spiegati con un nuovo principio. Ora, niente di simile si può dire per quello strano fenomeno che chiamiamo morale: non disponiamo di una teoria della mente e men che meno di una teoria del soggetto agente che spieghi con un solo principio tutto quel che facciamo .

Questo significa che il lavoro dei filosofi non è affatto finito. Anche se sappiamo di più su cosa succede nel cervello quando decidiamo, ancora non abbiamo idea del perché dovremmo seguire le nostre “inclinazioni” mentali nel fare scelte morali e non sappiamo quali siano le “inclinazioni” giuste, cioè quelle veramente giustificate. Questo è il vero problema dell’autorità della morale: non si tratta di sapere come prendiamo le decisioni, ma quali siano le decisioni meglio giustificate. Non è detto che siano quelle più “razionali” in un senso astratto del termine, perché – per esempio – corrispondere a un’emozione è un’ottima ragione per fare o non fare qualcosa.

Quindi, la neuroetica non è una rivoluzione, ma quasi: forse su questi temi le risposte che ci servono non arriveranno né da nuovi cannocchiali né da scanner più potenti. Possono arrivare solo da ragionamenti più solidi, che però non potranno far finta di non aver visto ciò che il cannocchiale e lo scanner ci mostrano.




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