Posts Tagged ‘libertà

12
Apr
10

il cane dei moralisti

‘Date a un cane un nome ignominioso e impiccatelo’. la natura umana è stata il cane dei moralisti di professione con le conseguenze cui allude il proverbio. La natura umana è stata guardata con sospetto, con paura, con occhi biechi, a volte anche con entusiasmo per le sue possibilità, ma solo ponendo queste ultime in contrasto con la sua realtà. E’ sembrata così maldisposta che il compito della moralità si è fatto consistere nel mondarla e piegarla; ma si pensava che sarebbe stato assai meglio se fosse stato possibile sostituirla con qualcosa d’altro. […] E certo i teologi hanno avuto dell’uomo una concezione più pessimistica che non pagani e laici. […] La morale si occupa in gran parte del dominio sulla natura umana. E quando tentiamo di dominare qualcosa abbiamo un’acuta sensibilità al fatto stesso che esso ci resiste. Per questo forse i moralisti furono indotti a credere la natura umana tanto cattiva, a causa della sua riluttanza ad assoggettarsi al dominio, della sua tendenza a ribellarsi al giogo.

John Dewey, Human Nature and Conduct, New York 1948, pp. 1-3

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23
Gen
10

Le morali perdute e la tradizione

Un commento di Broncobilly al mio Alla ricerca delle morali perdute mi offre la possibilità di portare un passo avanti la riflessione e di connetterla con il mio tema dell’immoralismo. Anzitutto ringrazio Bronco (per gli amici, suppongo, anche se non ci conosciamo) per aver segnalato le osservazioni di Coase e Hayek sul rapporto fra libertà e tradizione. Tuttavia il punto cruciale è quello che riguarda la “naturalizzazione dell’etica”. In un post di Bronco si può vedere la sua tesi. Più in generale: può sembrare che l’appello alle scienze (neuro e non) in riferimento all’etica suoni come una versione del programma naturalistico. Ma non è cosi.

Un’etica naturalizzata nel senso di una mera descrizione del comportamento è evidentemente un controsenso. L’etica è controfattuale o non è. In realtà, l’opportunità offerta oggi  dalle neuroscienze e dalla biologia non è la naturalizzazione. E’ la possibilità di essere più ragionevoli nel nostro cercare di escludere i comportamenti inaccettabili per umani quali siamo. Fare questo è tutt’altra cosa dal cercare il fondamento di validità della morale. Sotto questo profilo, una cosa mi pare certa: l’unica fonte della morale è la libertà e la biologia ne è soltanto da un lato il supporto esistenziale (l’evoluzione ci ha dotati di un certo tipo di cervello) e dall’altro la cartina di tornasole, l’ambito su cui la libertà ha impatto e che risponde ai nostri deliri e alla nostra saggezza con dei “posso” o “non posso”. A volte, l’impossibilità di vivere secondo una certa etica o ideologia (in questo senso non faccio qui differenze) non si manifesta subito. Non succede che decido di essere nazista e scopro di non poterlo essere il giorno stesso (se ci riflettessi bene, in realtà, lo scoprirei, ma si sa, il nazista medio non riflette molto). Succede magari che si scopre che il prezzo per la vita di essere nazista è così alto che i viventi vi si ribellano con tutte le proprie forze e, al superficiale successo dell’ideologia brutale della superiorità della razza, reagiscono, dopo il primo stordimento, con l’eroismo e la determinazione che conosciamo dai resoconti della Resistenza in tutti i Paesi.

Ora, l’etica liberale non avrebbe potuto mai da sola sconfiggere il nazismo. E’ che quest’ultimo, nonostante la connivenza dei teorici post-darwiniani dell’eugenetica e del razzismo, non era espressione di una morale vivibile (ci sono voluti pochissimi anni – rispetto ai tempi dell’evoluzione – per vedere che era così). La biologia ha dato una robusta mano all’etica liberale, anche attraverso la lotta degli interessi, l’aspirazione al dominio (la parabola del rapporto Hitler-Stalin mostra proprio questo) e così via. Non c’è purezza di ideali nei grandi movimenti della storia. Ma c’è un contributo positivo delle reazioni istintive, che quando si uniscono alla libertà hanno una forza irresistibile.

Bronco cita Hayek e la sua tesi che la tradizione custodisce l’evoluzione. Rispondo che in parte è vero, ma che qui bisogna distinguere attentamente: l’evoluzione culturale non è unidirezionale, vi sono paurosi crolli nella barbarie e vi sono arcaismi che la tradizione cerca di imporre tanto sulla libertà quanto sulla biologia perché ne ha frainteso il movimento interno. La tradizione è ambigua per la morale: sappiamo che proprio nazismo e fascismo facevano perno sull’appello alla tradizione (nel caso dei nostri fasci il ritorno al mondo romano aveva tratti davvero ridicoli, ma l’efficacia retorica era imbattibile).

Il compito dell’immoralista è smascherarne le forme arcaiche, il ressentiment nascosto, la violenza inconfessata, e riportare la libertà in contatto con la vita. E’ in questo che la nostra sensibilità deve essere desta: nel cogliere l’elemento “antivitale” di certi aspetti della tradizione, nel ricordare che una tradizione statica è morta e uccide, che la vera tradizione è un’evoluzione continua delle forme e dei costumi entro una dinamica vitale che resta in contatto con i propri bisogni fondamentali e con l’impulso più fondamentale di tutti, quello a non essere schiavi. Insomma: la tradizione custodisce l’evoluzione solo quando non le impedisce di evolvere.




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