Posts Tagged ‘immigrazione

14
Feb
10

Gangs of Milan

Questa volta non sono i black bloc o gli anarco insurrezionalisti (quelli sono tutti a Vancouver), non sono le BR o i neofascisti (i primi si sono un po’ ristretti, i secondi stan più nascosti), non sono i tifosi del Napoli o di qualche squadra inglese (questo solo perché lo stadio era in un’altra zona). Questa volta sono loro.  Ed è una guerra fra loro: latinos (pare che siano stati dei ragazzi dei “Latin Chicago” ad accoltellare l’egiziano) e nordafricani (egiziani e magrebini).

La sensazione di trovarsi nella versione mediterranea di una West Side Story, o meglio, nello squallore del clima delle Gangs of New York è a dir poco inquietante. Non si tratta della lieve inquietudine del Wasp dei quartieri alti (Corso Venezia è separato da via Padova solo da un già molto inquieto Corso Buenos Aires). E’ la sensazione della terra di nessuno, del vuoto di potere, dell’incapacità di controllare il territorio. Una situazione che purtroppo a Rosarno conoscono bene, ma che qui a Milano sta emergendo in modo sempre più diffuso: condomini che sono totalmente ostaggio dello spaccio, quartieri che non è possibile controllare, zone che non sono più solo malavitose ma semplicemente estranee alla vita civile (tutto questo c’è sempre stato, a Milano come altrove, ma la sensazione che ora le zone fuori controllo siano più ampie è impossibile da scacciare).

Non è una questione di stranieri, almeno non nel senso in cui lo intende la Lega. E non è certo un problema di integrazione nel senso buonista di una compassione a buon mercato. Ho il sospetto che il problema, in via Padova come a Casal di Principe (con la differenza che un mafioso italiano è per definizione un delinquente, mentre un immigrato regolare può non esserlo, come un cittadino italiano), sia un problema di sovranità sul territorio.

Le gang esistono, qui come a New York e in tutto il mondo, perché ci sono dinamiche di gruppo che suscitano la competizione per il territorio: sotto questo profilo, gli uomini sono in tutto e per tutto simili a quegli animali territoriali che non tollerano l’invasione di nessuno nel loro “spazio vitale”. Semplice biologia. Le guerre fra gang si sviluppano quando queste percepiscono la mancanza di un potere di controllo più forte sul territorio. Nei paesi civili questo potere è normalmente lo Stato, che fissa le regole e le fa rispettare a tutti, nessuno escluso (italiani e stranieri, per intenderci).

Ora, questo potere al di sopra delle parti è l’essenza dello stato liberale: non serve evocare a gran voce eguali diritti se non si ha la forza di imporre il rispetto di quei diritti a tutti i cittadini e a chiunque calpesti il suolo nazionale.

Che via Padova sia diventata un ghetto, pardon: un quartiere ad alto tasso di immigrazione, lo si sapeva da tempo, come segnalavano le cifre relative agli esercizi commerciali aperti negli ultimi anni. Mi pare (benché si debba sempre essere prudenti su questi argomenti) che la situazione che ha generato la rivolta (il tipico e perfino romanzesco colpo di coltello per motivi di sfottò e gelosia) sia accaduta in un contesto in cui proprio l’assenza di un efficace potere superiore di controllo ha fatto pensare agli amici della vittima di doversi fare giustizia da soli. Cosa che giustamente la polizia ha cercato di evitare, ma a fatica.

Ora, la cosa sconfortante è che, del tutto a prescindere da quali etnie siano coinvolte (italiani compresi), la percezione che genera la vendetta, cioè la percezione della mancanza di un forte potere di controllo imparziale, è una percezione che in questi anni si insinua fra le nostre sensazioni in modo subdolo e per piccole fratture continue, nei modi e per le vie più disparate: anzitutto la difficoltà a ottenere giustizia, il dover lottare per convincersi che i colpevoli possano essere individuati e le resposabilità possano essere sanzionate, il dover alimentare una disperata speranza che vi sia imparzialità nei magistrati, soprattutto quando hanno a che fare (da accusatori o da giudici) con uomini potenti. Insomma, il fatto che la nostra fiducia nell’imparzialità e quindi nell’equità spazio pubblico appaia messa in discussione da uno stillicidio di piccole malefatte e grandi corruttele, dall’impossibilità di accertare le responsabilità, dal sospetto che talvota le accuse siano semplicemente strumentali o funzionali a una deriva mediatica totalmente impazzita, tutto questo rende la nostra percezione dell’autorità dello Stato più fragile e meno fiduciosa. E se questo accade per chi cittadino italiano lo è da quando è nato, immagino che accada anche più fortemente per chi è immigrato.

E’ ovvio che questa percezione non giustifichi nessuna vendetta. Un minimo di intelligenza umana o di cultura civile dovrebbe anzi suggerire che ciò che è  cruciale in questi frangenti è la capacità di tutte le persone civili di esigere l’applicazione imparziale di leggi giuste. E’ per questo che mi pare ci sia un legame profondo fra la vicenda di via Padova, che sembra soltanto una questione di ordine pubblico, e lo sbriciolamento dell’ordine civile e politico che ormai troppi cittadini e responsabili pubblici di ogni livello e di ogni orientamento politico hanno prodotto in questo Paese. Non si tratta di riprendersi il Paese da quegli stranieri che ce ne stanno espropriando (in certe zone del Sud l’esproprio è avvenuto ad opera di italianissimi mafiosi molti decenni fa). Non ancora, per lo meno. Si tratta di smettere di pensare che i diritti di una democrazia liberale siano solo un laissez-faire. Al contrario, sono un intreccio di vincoli senza i quali non è possibile alcun rispetto e, quindi, alcuna convivenza.

Annunci
07
Gen
10

Multiculturalismo e cittadinanza

Ha ragione Giovanni Sartori (sul Corriere di oggi la sua replica alle molte lettere che ha ricevuto dopo il primo articolo del 20 dicembre, l’intervento di Sergio Romano, l’ottimo articolo di Angelo Panebianco e la replica a Tito Boeri) quando fa calare il velo di ipocrisia che spesso avvolge la questione del multiculturalismo in una parte della nostra cultura. La questione, ricordo, riguarda l'”integrabilità” degli islamici nella cultura democratica e nella convivenza tollerante che l’Occidente ha imparato a proprie spese, in vista del dibattito sulla cittadinanza alla Camera (che dovrebbe cominciare entro breve). Il dato di partenza ricordato da Sartori e Romano è che storicamente le comunità islamiche, quando sono compatte, non si sono integrate né in Occidente né altrove. Boeri replica con i dati, confortanti, sui matrimoni misti in Germania e in Francia e richiama giustamente l’attenzione sul fatto che i casi di non integrazione sono minoritari, almeno se visti in questa prospettiva.

Mi soffermo solo sulla differenza fra pluralismo e multiculturalismo “ideologico”, richiamata da Sartori oggi ma già implicita nella replica a Boeri. Mi pare ben detto che “le società liberal-pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione” giacché “Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’ immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta.” (replica a Boeri del 5 gennaio). E’ esattamente qui la differenza fra pluralismo e “dis-integrazionismo” (preferisco questo termine alla nozione di “multiculturalismo ideologico”: il multiculturalismo o è un fatto o è un’idea di convivenza politica che non è, come vorrebbe Sartori, la “separazione di etnie in ghetti culturali”- Corriere di oggi).

Il pluralismo, come ricordava fra l’altro Isaiah Berlin in “La ricerca dell’ideale” (ripubblicato in italiano in Il legno storto dell’umanità, Adelphi) è cosa diversa dal relativismo: quest’ultimo, al pari del suo contrario e cioè l’assolutismo morale, genera i ghetti, perché se le tradizioni altrui sono pensate come radicalmente altre (che le si consideri tutte false tranne la mia o tutte vere perché soggettive poco importa) allora non vi è né comunicazione né reale convivenza. La pluralità delle concezioni morali non è invalicabile: con le parole di Berlin, “I membri di una cultura possono, grazie all’immaginazione, capire (Vico diceva entrare) i valori, gli ideali, le forme di vita di un’altra cultura o società […] Potranno giudicare inaccettabili questi valori, ma con una sufficiente apertura mentale possono capire come un essere umano sia tale a pieno titolo […] anche se poi vive in un quadro di valori che sono sì fortemente diversi ma non per questo cessano di essere valori”.

Ora, il punto è precisamente chi debba prima di tutto porsi nel punto di vista cui fa riferimento Berlin: il riconoscimento dell’inviolabilità dell’altro. Non è certo il liberale o il democratico a non porre libertà e uguaglianza fra le persone a fondamento della sua etica civile. E’ invece l’integralista, il fondamentalista a negare quel riconoscimento.

Ora, è vero che la cultura islamica non è sempre stata fondamentalista e non lo è tuttora in molta sua parte. Tuttavia, per superare il rifiuto del riconoscimento dei vincoli etici e politici che la comune umanità richiede non basta conferire la cittadinanza. Quest’ultima in realtà presuppone, negli adulti (per i minori c’è il processo pubblico di socializzazione – quando funziona), che si aderisca espressamente proprio a quei valori che una Carta costituzionale esprime e che sono richiesti per la convivenza democratica. Se in modo diretto o indiretto si esclude la reciproca tolleranza, il rispetto di ogni persona e la volontà di cooperare solidalmente al bene comune (e non solo a quello della propria comunità) non si può accedere alla vita democratica. Questi valori, dice Berlin ma lo diceva già tutto l’illuminismo (e in particolare Kant), sono accessibili a chiunque (lo dice in realtà già san Paolo nella lettera ai Romani) e pertanto, come anche Aristotele ricordava, la loro negazione o ignoranza non è scusabile. Ora, se si mostra di voler negare o di non voler accettare questi valori, che non escludono nessuno stile di vita che non violi il rispetto, è legittimo dubitare che si voglia prendere sul serio la nozione di cittadinanza. Ciò significa che a chi vuole la cittadinanza si richieda qualcosa di più della semplice residenza continuativa, cioè un esplicito riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini come scritti nella Carta. Questo dovrebbe bastare a concedere l’ammissione.

Cosa diversa è l’integrazione, l’idea cioè che la cultura ospite assorba alcuni elementi caratterizzanti della cultura ospitante. Questo può accadere ed è accaduto spesso (le nostre culture sono tutte ibride) ma non può essere prodotto con l’ingegneria sociale. Accettare i parametri di una convivenza democratica non significa integrarsi. Le forme della permanenza sul territorio di culture diverse dipendono da molti fattori, che non sono tutti compresi nel rispetto delle regole liberali. (Per inciso, è esattamente questo il problema su cui si è arrovellato lungamente il secondo Rawls). Non è detto che si debba ricercare l’integrazione: alcune culture non sono in grado di assorbire le visioni del mondo di altre e forse la grandezza del mondo europeo sta nel suo derivare dalla capacità incredibile dei romani (ben documentata da Remi Brague) di assorbire tradizioni e filosofie “straniere” (come fecero con la filosofia e la letteratura greche, ad esempio).

Nell’ottica liberale il primo passo è piccolo ma esigente: non si promette l’integrazione ma solo il rispetto, l’eguale rispetto promesso e preteso. Progetti di conquista silenziosa o di penetrazione territoriale e politica che mirano alla disgregazione o al predominio non possono essere accolti (noi stessi abbiamo praticato questa appropriazione indebita, ma non per questo dobbiamo ora subirla). Non so se ci sia un simile progetto, ma per parte nostra deve essere chiaro che non siamo disposti a tollerarlo. E porre delle condizioni alla cittadinanza è uno di questi modi: questa di per sé non produce cittadini liberali, ma bisogna essere liberali per essere cittadini di uno stato liberale.




Enter your email address to subscribe to this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 8 follower