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02
Feb
10

Mandeville moralistico

C’è una forma di moralismo che si ammanta di obiettività scientifica, di osservazione spassionata, di disincanto. E in realtà si basa sulla denigrazione sistematica della natura umana, della ragione e dei sentimenti.

Lo sapeva bene Adam Smith, che nella Teoria dei sentimenti morali (l’ultima edizione è del 1790) smaschera abilmente quello che passava (e passa talvolta tuttora) per essere uno spietato “scienziato sociale” degno della miglior stima: Bernard de Mandeville.

La tesi di quest’ultimo (La favola delle api, lo ricordo, è del 1723) era quella secondo cui l’impulso morale, definito come quello per cui uno “si adopera per il bene degli altri o per vincere la proprie passioni” (una definizione piuttosto restrittiva e fuorviante, come minimo), è in realtà la trasformazione utilitaria di impulsi fondamentalmente egoistici , e che la prosperità degli stati in un’economia di mercato dipende precisamente da questi vizi. Con le sue parole:

Ci devono essere orgoglio, lusso e inganno affinchè un popolo possa prosperare

 

Ora, il buon Adam Smith non è un osservatore meno acuto della natura umana e non è sospettabile di essere un ingenuo. Tuttavia, si vede costretto, con la bonomia di uno spettatore imparziale – cioè non risentito, a svelare con leggerezza il trucco e la contraddizione di questi pretesi scienziati sociali:

Quando le nostre riserve verso il piacere non raggiungono la più ascetica astinenza, Mandeville le tratta come lusso e sensualità grossolana. Secondo lui, è lusso tutto quello che supera quanto è strettamente necessario per la conservazione, e per questo vede questo vizio persino nell’uso di abiti puliti, o nell’abitare in una casa dignitosa. Considera sensualità allo stesso modo l’attrazione sensuale tra persone regolarmente sposate e quella gratificata in modo del tutto disdicevole, e deride la temperanza e la castità praticabili a costo di un così piccolo sacrificio quale il matrimonio” (Teoria dei sentimenti morali, VII, 2, 4, 11)

Insomma, il riformatore Mandeville fa impallidire il più rigorista dei gesuiti! E si capisce la simmetria: lo scienziato sociale che si gloria del proprio disincanto ha la stessa concezione dei sentimenti umani del più bieco moralista. Così, quando si grida alla liberazione degli istinti si finisce inevitabilmente a pensare a quelli più bassi e deformi, perché si accetta l’immagine tutta negativa che di questi hanno fatto i repressi e i risentiti. Il teorico del liberismo radicale è in realtà il miglior amico del tradizionalista conservatore: moralismo libertario e moralismo autoritario sono fatti della stessa pasta.

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