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16
Feb
10

rousseau profetico (2)

Quando il vizio non sarà più un disonore quali saranno i capi abbastanza scrupolosi da astenersi dal manomettere le pubbliche entrate abbandonate alla loro discrezione, e da non ingannare ben presto se stessi, tentando di confondere i loro vani e scandalosi sprechi con la gloria dello Stato, e i mezzi di estendere la loro autorità con quelli rivolti ad accrescere la sua potenza?

Jean-Jacques Rousseau, Sull’economia politica, in Scritti Politici, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 303

Non posso credere sia stato scritto nel 1755…

16
Feb
10

Rousseau profetico

L’interesse più pressante del capo, e al tempo stesso il suo più inderogabile dovere, è dunque di vegliare a che siano osservate le leggi di cui è ministro e su cui si fonda tutta la sua autorità. Se deve farle osservare agli altri, a maggior ragione deve osservarle lui che ne gode tutto il favore.

Il suo esempio infatti è di tale rilievo che, quand’anche fosse il popolo ad accettare di buon grado che egli si sottraesse al giogo della sua legge, starebbe a lui di guardarsi dal profittare di una prerogativa tanto rischiosa che altri si sforzerebbero ben presto di usurpare a loro volta, e spesso con suo danno.

In fondo, poiché tutti gli obblighi della società sono reciproci per loro natura, non è possibile collocarsi al disopra della legge senza rinunciare ai suoi vantaggi, e nessuno deve nulla a chiunque pretenda di non dover nulla a nessuno.

Per la medesima ragione, in uno Stato bene ordinato, mai, a nessun titolo, verrà accordata alcuna esenzione dalla legge.

 

 

Jean-Jacques Rousseau, Sull’economia politica, (in Scritti Politici, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 285-286)

Ogni riferimento a cose e persone reali…

14
Feb
10

Gangs of Milan

Questa volta non sono i black bloc o gli anarco insurrezionalisti (quelli sono tutti a Vancouver), non sono le BR o i neofascisti (i primi si sono un po’ ristretti, i secondi stan più nascosti), non sono i tifosi del Napoli o di qualche squadra inglese (questo solo perché lo stadio era in un’altra zona). Questa volta sono loro.  Ed è una guerra fra loro: latinos (pare che siano stati dei ragazzi dei “Latin Chicago” ad accoltellare l’egiziano) e nordafricani (egiziani e magrebini).

La sensazione di trovarsi nella versione mediterranea di una West Side Story, o meglio, nello squallore del clima delle Gangs of New York è a dir poco inquietante. Non si tratta della lieve inquietudine del Wasp dei quartieri alti (Corso Venezia è separato da via Padova solo da un già molto inquieto Corso Buenos Aires). E’ la sensazione della terra di nessuno, del vuoto di potere, dell’incapacità di controllare il territorio. Una situazione che purtroppo a Rosarno conoscono bene, ma che qui a Milano sta emergendo in modo sempre più diffuso: condomini che sono totalmente ostaggio dello spaccio, quartieri che non è possibile controllare, zone che non sono più solo malavitose ma semplicemente estranee alla vita civile (tutto questo c’è sempre stato, a Milano come altrove, ma la sensazione che ora le zone fuori controllo siano più ampie è impossibile da scacciare).

Non è una questione di stranieri, almeno non nel senso in cui lo intende la Lega. E non è certo un problema di integrazione nel senso buonista di una compassione a buon mercato. Ho il sospetto che il problema, in via Padova come a Casal di Principe (con la differenza che un mafioso italiano è per definizione un delinquente, mentre un immigrato regolare può non esserlo, come un cittadino italiano), sia un problema di sovranità sul territorio.

Le gang esistono, qui come a New York e in tutto il mondo, perché ci sono dinamiche di gruppo che suscitano la competizione per il territorio: sotto questo profilo, gli uomini sono in tutto e per tutto simili a quegli animali territoriali che non tollerano l’invasione di nessuno nel loro “spazio vitale”. Semplice biologia. Le guerre fra gang si sviluppano quando queste percepiscono la mancanza di un potere di controllo più forte sul territorio. Nei paesi civili questo potere è normalmente lo Stato, che fissa le regole e le fa rispettare a tutti, nessuno escluso (italiani e stranieri, per intenderci).

Ora, questo potere al di sopra delle parti è l’essenza dello stato liberale: non serve evocare a gran voce eguali diritti se non si ha la forza di imporre il rispetto di quei diritti a tutti i cittadini e a chiunque calpesti il suolo nazionale.

Che via Padova sia diventata un ghetto, pardon: un quartiere ad alto tasso di immigrazione, lo si sapeva da tempo, come segnalavano le cifre relative agli esercizi commerciali aperti negli ultimi anni. Mi pare (benché si debba sempre essere prudenti su questi argomenti) che la situazione che ha generato la rivolta (il tipico e perfino romanzesco colpo di coltello per motivi di sfottò e gelosia) sia accaduta in un contesto in cui proprio l’assenza di un efficace potere superiore di controllo ha fatto pensare agli amici della vittima di doversi fare giustizia da soli. Cosa che giustamente la polizia ha cercato di evitare, ma a fatica.

Ora, la cosa sconfortante è che, del tutto a prescindere da quali etnie siano coinvolte (italiani compresi), la percezione che genera la vendetta, cioè la percezione della mancanza di un forte potere di controllo imparziale, è una percezione che in questi anni si insinua fra le nostre sensazioni in modo subdolo e per piccole fratture continue, nei modi e per le vie più disparate: anzitutto la difficoltà a ottenere giustizia, il dover lottare per convincersi che i colpevoli possano essere individuati e le resposabilità possano essere sanzionate, il dover alimentare una disperata speranza che vi sia imparzialità nei magistrati, soprattutto quando hanno a che fare (da accusatori o da giudici) con uomini potenti. Insomma, il fatto che la nostra fiducia nell’imparzialità e quindi nell’equità spazio pubblico appaia messa in discussione da uno stillicidio di piccole malefatte e grandi corruttele, dall’impossibilità di accertare le responsabilità, dal sospetto che talvota le accuse siano semplicemente strumentali o funzionali a una deriva mediatica totalmente impazzita, tutto questo rende la nostra percezione dell’autorità dello Stato più fragile e meno fiduciosa. E se questo accade per chi cittadino italiano lo è da quando è nato, immagino che accada anche più fortemente per chi è immigrato.

E’ ovvio che questa percezione non giustifichi nessuna vendetta. Un minimo di intelligenza umana o di cultura civile dovrebbe anzi suggerire che ciò che è  cruciale in questi frangenti è la capacità di tutte le persone civili di esigere l’applicazione imparziale di leggi giuste. E’ per questo che mi pare ci sia un legame profondo fra la vicenda di via Padova, che sembra soltanto una questione di ordine pubblico, e lo sbriciolamento dell’ordine civile e politico che ormai troppi cittadini e responsabili pubblici di ogni livello e di ogni orientamento politico hanno prodotto in questo Paese. Non si tratta di riprendersi il Paese da quegli stranieri che ce ne stanno espropriando (in certe zone del Sud l’esproprio è avvenuto ad opera di italianissimi mafiosi molti decenni fa). Non ancora, per lo meno. Si tratta di smettere di pensare che i diritti di una democrazia liberale siano solo un laissez-faire. Al contrario, sono un intreccio di vincoli senza i quali non è possibile alcun rispetto e, quindi, alcuna convivenza.

10
Feb
10

Divagazioni immoraliste (2)

L’uomo dabbene è un atleta che si compiace a lottar nudo; egli disprezza tutti quei vili ornamenti che impaccerebbero l’uso delle sue forze, e che per la maggior parte non son stati inventati che per nascondere qualche deformità

Friedrich Nietzsche? No, Jean-Jacques Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti. Il tema di quest’opera, oggetto di un concorso che Rousseau vinse nel 1750 presso l’Accademia di Digione, era: “Se il rinascimento delle scienze e delle arti ha contribuito alla purificazione dei costumi”. La risposta di Rousseau, contro l’opinione predominante dell’epoca dei Lumi, è un sonoro NO.

Rousseau, alfiere di tutti gli arcadismi moderni e precursore di tutte le nostalgie ecologiste, sosteneva notoriamente la tesi secondo cui le scienze e le arti sono ad un tempo segno e causa della decadenza dei costumi. E lo faceva celebrando le virtù rustiche del cittadino romano e del contadino gallico. Ora, non che si debba cedere a una fantasia così ingenua (anche se lo è meno di quanto sembri), ma certamente l’idea che la vita etica abbia più a che fare con una rude lotta con l’imprevedibile che con un lezioso balletto in calzamaglia è antica:

Un’arte che ti insegna a vivere è più simile alla lotta che alla danza, perché è necessario essere pronti  ad affrontare saldi e in piedi accidenti improvvisi e imprevedibili

Marco Aurelio, Pensieri, VII, 61

09
Feb
10

Un anno non passa invano. Forse.

 

La morte di Eluana Englaro esattamente un anno fa sembrava segnare un momento di frattura irreversibile fra la sensibilità di molte persone, inclusi numerosi elettori del PdL, e le scelte del Legislatore. L’urgenza e addirittura la fretta di legiferare su un tema così delicato sull’onda dell’emozione sembrava essersi impadronita dell’intero Governo, Ministro Sacconi in testa (ma anche il Premier non scherzava allora – o forse sì? In fondo, non si capisce mai quando Berlusconi scherza o fa sul serio, tant’è che lo fraintendiamo sempre, pover’uomo). Già prima della morte di Eluana, infatti, si era arrivati a una proposta di legge, quella formulata dal Sen. Calabrò e datata 29 gennaio 2009. Il testo superò piuttosto rapidamente (rispetto ai tempi standard del nostro Parlamento) l’esame del Senato (fu approvato il 26 marzo del 2009 con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astensioni), ma da allora è fermo alla Commissioni Affari Sociali della Camera.

Qualcosa deve aver fatto suonare un campanello d’allarme ai sostenitori della legge. Per esempio, pochi giorni prima dell’approvazione del ddl Calabrò circolava un sondaggio, realizzato da Luigi Crespi, secondo cui il 70% degli elettori del PdL sarebbe favorevole al testamento biologico. Inoltre, la discussione in Commissione ha dovuto tenera conto di numerose iniziative che proponevano modifiche al testo. Fra queste, un testo proposto da un nutrito gruppo di docenti di materie filosofiche e giuridiche (di area cattolica, ma non solo), che contiene una piattaforma costituita da quattro premesse condivise e un testo alternativo per alcuni passi del ddl Calabrò. Si tratta di una proposta sensata e moderata, che infatti è stata fatta in parte propria, nella sostanza, da un emendamento proposto dall’On. Della Vedova (PdL). Purtroppo, l’emendamento è stato bocciato in Commissione, ma il segnale politico deve aver risuonato abbastanza chiaro. D’altra parte, l’opposizione al disegno di legge Calabrò da parte dell’opinione pubblica è forte, come testimonia anche l’amplissima adesione ricevuta dall’appello proposto da Ignazio Marino sul testamento biologico. Forse anche questo spiega lo stop della legge.

Molti diranno che un anno è passato invano. Ma forse non è così. Il ddl Calabrò era evidentemente sbilanciato in una direzione autoritaria e oltretutto conteneva alcune confusioni che avrebbero reso difficilmente applicabile la norma. Inoltre, i toni si sono lievemente attenuati e la decantazione dell’emozione potrebbe suggerire di stendere una legge più saggia. Però.

Non è da immoralisti coltivare illusioni: il testamento biologico è una merce di scambio troppo ghiotta per il PdL in rapporto alle richieste del Vaticano. Come tutte le materie bioetiche, è una questione di bandiera e qui più che mai conta soltanto tenere fermo, almeno in apparenza, il punto di principio, cioè la cosiddetta indisponibilità della vita. Se questo punto non entra nel dibattito e quindi nella negoziazione, il risultato non potrà cambiare: le opinioni moderate nella maggioranza saranno ricondotte all’ordine e, come preannuncia il Ministro Sacconi, si avrà entro l’estate una legge che vieta ai cittadini di esprimersi sull’interruzione dell’alimentazione e idratazione forzata.

A meno che. A meno che non si rimandi indefinitamente il dibattito, si accolga qualche emendamento alla Camera, si ritorni in Senato e poi, magari, si attenda la prossima legislatura. In questo modo, si salverebbe la faccia di fronte al Vaticano e non si perderebbe il contatto con una discreta parte dell’elettorato (perché il rischio, poi, è anche quello di dover affrontare un referendum – e su questo tema potrebbe andare diversamente da come andò sulla procreazione assistita). Detto altrimenti: non credo a un dibattito sereno, a un confronto reale e a una legislazione ragionevole su questo genere di temi, in questo clima politico.

Intanto, un anno è servito, forse, a rendere meno aspro e scomposto il confronto (si raggiunsero toni da isterismo collettivo, da una parte e dall’altra). Temo però che altro tempo non servirà ad avere una legge migliore. Parafrasando La Rochefoucauld: le virtù più fortemente sbandierate in pubblico sono i più accorti travestimenti dell’amor proprio.

03
Feb
10

A comment on a very good post by Ralph Wedgwood on PEA Soup:

Hi Ralph,

I appreciate your post and would like to ask for some clarifications. Your suggestion to use the idea of an “expressive purpose” or a “representative role” is a way to be sensitive the arguments raised by the English Bishops. But it might concede too much.

According to the UK anti-discrimination Bill, being involved in “promoting or explaining the doctrine of the religion” counts as a reason for taking into account sex or marital status or sexual orientation. There are some examples of how it might work. In some countries (e.g. Italy), the Catholic Schools and especially the Catholic University refuse to hire someone who is the re-married condition. This is considered a good reason whether one is a teacher or Moral Philosophy or Quantum Mechanics or Greek Literature. And, I suspect, also for the role of janitor or book-seller or front-office secretary. Now, the Bill would give the opportunity of distinguishing between the role of janitor and secretary on the one side, and that of Professor of Moral Philosophy on the other. And would also offer some argument to those who would object against considering the teaching of Physics as being involved in “promoting or explaining the doctrine” (but what about teaching Evolutionary Biology? Well, a Catholic University would probably not offer such a teaching…). Yet, the idea seems quite clear. Being a janitor should not count as promoting the doctrine, as well as being a parish secretary. And, in my opinion,  the same should be said for the teaching of Physics or Mathematics. But the language of “expression” and “representation” seems to me more open to abuse by religious employers: as you point out, almost any role might be described as “representative” of a religion, and it would be very hard to find a basis to object even to the Church of the White-Supremacist Mysoginist that you imagine. The point, I think, is that the distinction we need must be attached to a specific function (promoting and explaining) and not to a general “identitary” concept (expression or representation). The liberal States protect citizens against those kinds of discrimination which would impede an otherwise acceptable identity; a job is an open position in this respect, and the right causes for discrimination should depend on the relation between the nature of the job and the religious doctrine. If the role is incompatible with a certain kind of identity, this should depend on the kind of practice it is, not on its “representativity”. This idea, I suspect, would put us on a rather slippery slope.

02
Feb
10

moralismo calcistico

Fra i molti che se ne occupano, L’amorale affronta in modo interessante il caso di John Terry, il capitano della nazionale inglese in bilico per una storia di tradimenti con la fidanzata di un compagno di squadra. La storia è nota. Si è mobilitato perfino il Ministro dello sport per chiedere che gli venisse tolta la fascia di capitano. E Fabio Capello dovrà prendere una decisione. Una ventata di moralismo nel calcio? Non necessariamente.

Provo a chiarire: la morale è tutta una questione di ruoli. La cosa che conta è che ciò che uno fa non sia di impedimento al proprio ruolo, anzi, che ciò che fa sia un’eccellente modo di svolgere il proprio ruolo (ne parlavo già in un precedente post sulla morale pubblica). E noi di ruoli ne abbiamo sempre molti: come marito, Terry è quello che è; come amante pure, visto che pare che abbia indotto l’amante a non tenere il figlio; come cittadino, non lo sappiamo (paga regolarmente le tasse? Ha residenza a Montecarlo?), magari è molto meglio di Valentino Rossi; come calciatore, è uno che ci sa fare; come capitano di squadra, ecco, questa è una faccenda che ha a che fare con la fiducia dei compagni, dice l’amorale; e ha ragione: se quel che ha fatto fuori dal campo non mina la fiducia dei compagni, tutto ok; se lo spirito di squadra comprende cose del tipo “nessuno tromba la moglie dell’altro” allora non ci siamo: il codice non scritto della squadra è violato e addio fascia di capitano (Sbaglio o ci fu un precendente nel Milan, con vittima il buon Baresi?).
Ora, il moralismo è esattamente l’attteggiamento di chi non vuole tenere distinti questi ambiti. Che pensa che se sbagli in un ruolo sbagli in tutti. Che se evadi le tasse devono toglierti il titolo di campione del mondo (conosco meglio il motociclismo che il calcio…). Ma non esser moralisti non significa essere scettici o relativisti o nichilisti o libertini. E il ragionamento dell’amorale (sfido chiunque a sospettare un amorale di moralismo) lo dimostra: lo scopo interno delle pratiche definisce i comportamenti adeguati al fine.
Ho sempre sospettato che sotto la scorza di ogni consequenzialista si nascondesse un aristotelico classico. E infatti, di qui si arriva alla stessa antica domanda: la questione, si dirà, è quella del meta-ruolo di essere umano: qual è il criterio per stabilire se in quel ruolo si fa bene o male? Ora, io domando: siamo sicuri che ci sia un ruolo simile?




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