Archive for the 'religioni' Category

15
Apr
10

la contraddizione del conservatore

La contraddizione del conservatore è questa, che l’ordinamento che egli oggi vuol conservare come “sacro”, “eterno”, è sorto ieri dal travolgimento rivoluzionario di un altro ordinamento, che allora si presentava con quello stesso alone di sacertà etica che ora pretende di avere questo.

Giulio Preti, Alle origini dell’etica contemporanea, Laterza, Bari 1957, pp. 136-137

Preti è spesso geniale in questo testo, dove per altro fa un’operazione ibrida fra il teoretico e lo storiografico: Smith è citato sparsamente più che analizzato e contestualizzato e serve fondamentalmente a sostenere le tesi dello stesso Preti, che si avvicinano a una peculiare versione di etica fenomenologica (e l’accostamento di Smith con la fenomenologia qui è sistematico).

La frase citata sopra è uno dei tanti gioielli di realismo che ci sono nel testo. Il moralismo del conservatore è precisamente questa mancanza di memoria storica, è la dimenticanza dell’origine, è – per fare solo un esempio fra i molti possibili – l’irrigidimento nella precettistica morale dell’istanza antifarisaica del Vangelo.

In generale, la contraddizione cui va facilmente incontro la morale che si istituzionalizza è quella di convertirsi, proprio per aver dimenticato le proprie fonti vitali, prima in una eticità consolidata, “oggettiva” e perciò statica e poi in una intoccabile “legge di natura”, in un diritto sacro. Tutta la tradizione letteraria e filosofica, a partire ad esempio dal dramma di Antigone, è la riproposizione di questa tensione fra la necessità delle leggi che reggono l’istituzionalità e la incoercibilità del movimento contrario che la vita individuale spesso propone. Si tratta di una tensione che non si può rimuovere (buone leggi e istituzioni sono sempre necessarie) ma che non deve essere occultata nè obliata. Vivere questa tensione senza ridurla a una contraddizione è il nocciolo dell’esperienza morale.

14
Gen
10

I doveri della cittadinanza

Su Europa una versione rivista del mio intervento sulla questione della cittadinanza agli immigrati. Comments are invited!

07
Gen
10

Multiculturalismo e cittadinanza

Ha ragione Giovanni Sartori (sul Corriere di oggi la sua replica alle molte lettere che ha ricevuto dopo il primo articolo del 20 dicembre, l’intervento di Sergio Romano, l’ottimo articolo di Angelo Panebianco e la replica a Tito Boeri) quando fa calare il velo di ipocrisia che spesso avvolge la questione del multiculturalismo in una parte della nostra cultura. La questione, ricordo, riguarda l'”integrabilità” degli islamici nella cultura democratica e nella convivenza tollerante che l’Occidente ha imparato a proprie spese, in vista del dibattito sulla cittadinanza alla Camera (che dovrebbe cominciare entro breve). Il dato di partenza ricordato da Sartori e Romano è che storicamente le comunità islamiche, quando sono compatte, non si sono integrate né in Occidente né altrove. Boeri replica con i dati, confortanti, sui matrimoni misti in Germania e in Francia e richiama giustamente l’attenzione sul fatto che i casi di non integrazione sono minoritari, almeno se visti in questa prospettiva.

Mi soffermo solo sulla differenza fra pluralismo e multiculturalismo “ideologico”, richiamata da Sartori oggi ma già implicita nella replica a Boeri. Mi pare ben detto che “le società liberal-pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione” giacché “Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’ immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta.” (replica a Boeri del 5 gennaio). E’ esattamente qui la differenza fra pluralismo e “dis-integrazionismo” (preferisco questo termine alla nozione di “multiculturalismo ideologico”: il multiculturalismo o è un fatto o è un’idea di convivenza politica che non è, come vorrebbe Sartori, la “separazione di etnie in ghetti culturali”- Corriere di oggi).

Il pluralismo, come ricordava fra l’altro Isaiah Berlin in “La ricerca dell’ideale” (ripubblicato in italiano in Il legno storto dell’umanità, Adelphi) è cosa diversa dal relativismo: quest’ultimo, al pari del suo contrario e cioè l’assolutismo morale, genera i ghetti, perché se le tradizioni altrui sono pensate come radicalmente altre (che le si consideri tutte false tranne la mia o tutte vere perché soggettive poco importa) allora non vi è né comunicazione né reale convivenza. La pluralità delle concezioni morali non è invalicabile: con le parole di Berlin, “I membri di una cultura possono, grazie all’immaginazione, capire (Vico diceva entrare) i valori, gli ideali, le forme di vita di un’altra cultura o società […] Potranno giudicare inaccettabili questi valori, ma con una sufficiente apertura mentale possono capire come un essere umano sia tale a pieno titolo […] anche se poi vive in un quadro di valori che sono sì fortemente diversi ma non per questo cessano di essere valori”.

Ora, il punto è precisamente chi debba prima di tutto porsi nel punto di vista cui fa riferimento Berlin: il riconoscimento dell’inviolabilità dell’altro. Non è certo il liberale o il democratico a non porre libertà e uguaglianza fra le persone a fondamento della sua etica civile. E’ invece l’integralista, il fondamentalista a negare quel riconoscimento.

Ora, è vero che la cultura islamica non è sempre stata fondamentalista e non lo è tuttora in molta sua parte. Tuttavia, per superare il rifiuto del riconoscimento dei vincoli etici e politici che la comune umanità richiede non basta conferire la cittadinanza. Quest’ultima in realtà presuppone, negli adulti (per i minori c’è il processo pubblico di socializzazione – quando funziona), che si aderisca espressamente proprio a quei valori che una Carta costituzionale esprime e che sono richiesti per la convivenza democratica. Se in modo diretto o indiretto si esclude la reciproca tolleranza, il rispetto di ogni persona e la volontà di cooperare solidalmente al bene comune (e non solo a quello della propria comunità) non si può accedere alla vita democratica. Questi valori, dice Berlin ma lo diceva già tutto l’illuminismo (e in particolare Kant), sono accessibili a chiunque (lo dice in realtà già san Paolo nella lettera ai Romani) e pertanto, come anche Aristotele ricordava, la loro negazione o ignoranza non è scusabile. Ora, se si mostra di voler negare o di non voler accettare questi valori, che non escludono nessuno stile di vita che non violi il rispetto, è legittimo dubitare che si voglia prendere sul serio la nozione di cittadinanza. Ciò significa che a chi vuole la cittadinanza si richieda qualcosa di più della semplice residenza continuativa, cioè un esplicito riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini come scritti nella Carta. Questo dovrebbe bastare a concedere l’ammissione.

Cosa diversa è l’integrazione, l’idea cioè che la cultura ospite assorba alcuni elementi caratterizzanti della cultura ospitante. Questo può accadere ed è accaduto spesso (le nostre culture sono tutte ibride) ma non può essere prodotto con l’ingegneria sociale. Accettare i parametri di una convivenza democratica non significa integrarsi. Le forme della permanenza sul territorio di culture diverse dipendono da molti fattori, che non sono tutti compresi nel rispetto delle regole liberali. (Per inciso, è esattamente questo il problema su cui si è arrovellato lungamente il secondo Rawls). Non è detto che si debba ricercare l’integrazione: alcune culture non sono in grado di assorbire le visioni del mondo di altre e forse la grandezza del mondo europeo sta nel suo derivare dalla capacità incredibile dei romani (ben documentata da Remi Brague) di assorbire tradizioni e filosofie “straniere” (come fecero con la filosofia e la letteratura greche, ad esempio).

Nell’ottica liberale il primo passo è piccolo ma esigente: non si promette l’integrazione ma solo il rispetto, l’eguale rispetto promesso e preteso. Progetti di conquista silenziosa o di penetrazione territoriale e politica che mirano alla disgregazione o al predominio non possono essere accolti (noi stessi abbiamo praticato questa appropriazione indebita, ma non per questo dobbiamo ora subirla). Non so se ci sia un simile progetto, ma per parte nostra deve essere chiaro che non siamo disposti a tollerarlo. E porre delle condizioni alla cittadinanza è uno di questi modi: questa di per sé non produce cittadini liberali, ma bisogna essere liberali per essere cittadini di uno stato liberale.

30
Nov
09

Minareti

La Svizzera dice no ai minareti 			  Confronta:

Da: Corriere della sera 30 novembre

La Svizzera dice no ai minareti. A sorpresa, l’iniziativa per il bando dei simboli religiosi musulmani è stata accettata al referendum con il 57% dei voti. In base ai risultati ufficiali, solo quattro dei 26 cantoni che formano la Confederazione hanno respinto la proposta avanzata dal partito della destra populista dell’Udc e della destra cristiana dell’Udf. Data la maggioranza sia degli elettori che dei cantoni, il voto comporterà quindi la modifica dell’articolo 72 della Costituzione, che regola i rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose: il divieto della costruzione dei minareti vi verrà inserito come una misura «atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose». Il risultato viene considerato dagli analisti come una grande sorpresa, giacché contraddice i sondaggi che davano il «no» al 53%; inoltre, sia il governo che l’opposizione – come le principali comunità religiose – si erano espressi contro l’approvazione del referendum. I musulmani, che sono il 5% della popolazione elvetica, dispongono di circa 200 luoghi di preghiera in Svizzera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per il richiamo alla preghiera. Un secondo referendum in votazione chiedeva di bandire le esportazioni di materiale bellico: questa iniziativa è stata però bocciata.

 Afghanistan Statua di Budda 1.jpg  Immagine da: Wikipedia

Testo da: Wikipedia

Nel marzo 2001 i talebani ordinarono la distruzione delle due statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia nella valle di Bamiyan, una alta 38 m e vecchia di 1800 anni, l’altra alta 53 m e vecchia di 1500. L’azione fu condannata dall’UNESCO e da molte nazioni di tutto il mondo, compreso l’Iran.

Lo so che in Svizzera non hanno ordinato di distruggere i minareti esistenti. Non ancora. Aspetto che la Lega lo proponga in Italia.

Noto soltanto che la guerra dei simboli si fa sempre più feroce. E che ogni ferocia ne richiama un’altra.

La ferocia, nei combattimenti, può essere segno di debolezza. Il più forte e nobile è magnanimo e generalmente non umilia l’avversario dopo che lo ha sconfitto. Ma qui le sorti non sono ancora decise.

Vittorio Messori oggi scrive sul Corriere (titolo: “Così si riscoprono le radici cristiane e la nostra cultura”): “Le bianche montagne, le verdi vallate, i laghi azzurri non hanno nulla a che fare con i deserti e le steppe da cui spuntarono i maomettani, tante volte contenuti a suon di spada (e le milizie elvetiche fecero la loro parte) e che ora muovono silenziosamente ma implacabilmente a una nuova conquista, varcando le frontiere spesso in modo abusivo“.

E’ l’essenza della tesi leghista in bocca a un cristiano (ma i leghisti non erano devoti al culto pagano delle divinità celtiche? Vedi una breve cronistoria qui)

Poco più avanti Messori – per non farsi mancare nulla – cita anche Ratzinger (da cardinale), che criticava “l’inspiegabile odio di sé che caratterizza da tempo l’Occidente”. Ecco il tassello che mancava: abbiamo dimenticato, anzi ostracizzato le nostre “radici”, torniamo all’antico! (Quale? I templi romani? Che c’entrano le cattedrali gotiche con le chiese romaniche, per non dire delle chiese arabeggianti di Spagna o della Sagrada Familia a Barcellona? Sono segni di un imbastardimento del culto cristiano? Andrebbero abbattute? Ah, la purezza della religione!).

C’è un gran ressentiment in quest’idea della minaccia esterna. Lo scontro di civiltà e l’orgoglio cristiano-occidentale come riflessi condizionati di una paura atavica. E poco importa che l’Occidente, anche grazie al Cristianesimo, abbia come cifra essenziale proprio la capacità di metabolizzare le differenze, di orientarle al progresso, di operare sintesi vincenti che le altre civiltà (Islam in testa) non sono in grado nemmeno di immaginare. Questa superiore capacità di sintesi dovrebbe essere il nostro orgoglio. La chiusura nelle false sicurezze del proprio passato è piuttosto tipica di chi teme il cambiamento, il divenire, e non ha la forza di dar forma alla novità della propria immagine del mondo. Guardarsi intorno con quella terrorizzata circospezione di chi è aggredito dai lupi non ci fa onore. Dovremmo preferire (come spesso abbiamo fatto) le battaglie in campo aperto ed è per questo che l’integralismo (come il terrorismo) è l’arma dei paria, dei codardi, dei mezzuomini. E’ proprio questo terrore che scatena la guerra fra i popoli. Che si vietino nuovi minareti è esattamente ciò che sperano coloro che hanno organizzato l’attacco alle Torri (forse il più grande esempio di viltà della storia). Non è forse così, amatissimi cugini d’Oltralpe? (fra l’altro: in Canton Ticino hanno votato sì il 68% degli aventi diritto, contro il 57% della media nazionale. Perché?).




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