Archive for the 'private vices' Category

16
Feb
10

rousseau profetico (2)

Quando il vizio non sarà più un disonore quali saranno i capi abbastanza scrupolosi da astenersi dal manomettere le pubbliche entrate abbandonate alla loro discrezione, e da non ingannare ben presto se stessi, tentando di confondere i loro vani e scandalosi sprechi con la gloria dello Stato, e i mezzi di estendere la loro autorità con quelli rivolti ad accrescere la sua potenza?

Jean-Jacques Rousseau, Sull’economia politica, in Scritti Politici, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 303

Non posso credere sia stato scritto nel 1755…

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02
Feb
10

moralismo calcistico

Fra i molti che se ne occupano, L’amorale affronta in modo interessante il caso di John Terry, il capitano della nazionale inglese in bilico per una storia di tradimenti con la fidanzata di un compagno di squadra. La storia è nota. Si è mobilitato perfino il Ministro dello sport per chiedere che gli venisse tolta la fascia di capitano. E Fabio Capello dovrà prendere una decisione. Una ventata di moralismo nel calcio? Non necessariamente.

Provo a chiarire: la morale è tutta una questione di ruoli. La cosa che conta è che ciò che uno fa non sia di impedimento al proprio ruolo, anzi, che ciò che fa sia un’eccellente modo di svolgere il proprio ruolo (ne parlavo già in un precedente post sulla morale pubblica). E noi di ruoli ne abbiamo sempre molti: come marito, Terry è quello che è; come amante pure, visto che pare che abbia indotto l’amante a non tenere il figlio; come cittadino, non lo sappiamo (paga regolarmente le tasse? Ha residenza a Montecarlo?), magari è molto meglio di Valentino Rossi; come calciatore, è uno che ci sa fare; come capitano di squadra, ecco, questa è una faccenda che ha a che fare con la fiducia dei compagni, dice l’amorale; e ha ragione: se quel che ha fatto fuori dal campo non mina la fiducia dei compagni, tutto ok; se lo spirito di squadra comprende cose del tipo “nessuno tromba la moglie dell’altro” allora non ci siamo: il codice non scritto della squadra è violato e addio fascia di capitano (Sbaglio o ci fu un precendente nel Milan, con vittima il buon Baresi?).
Ora, il moralismo è esattamente l’attteggiamento di chi non vuole tenere distinti questi ambiti. Che pensa che se sbagli in un ruolo sbagli in tutti. Che se evadi le tasse devono toglierti il titolo di campione del mondo (conosco meglio il motociclismo che il calcio…). Ma non esser moralisti non significa essere scettici o relativisti o nichilisti o libertini. E il ragionamento dell’amorale (sfido chiunque a sospettare un amorale di moralismo) lo dimostra: lo scopo interno delle pratiche definisce i comportamenti adeguati al fine.
Ho sempre sospettato che sotto la scorza di ogni consequenzialista si nascondesse un aristotelico classico. E infatti, di qui si arriva alla stessa antica domanda: la questione, si dirà, è quella del meta-ruolo di essere umano: qual è il criterio per stabilire se in quel ruolo si fa bene o male? Ora, io domando: siamo sicuri che ci sia un ruolo simile?

02
Feb
10

Mandeville moralistico

C’è una forma di moralismo che si ammanta di obiettività scientifica, di osservazione spassionata, di disincanto. E in realtà si basa sulla denigrazione sistematica della natura umana, della ragione e dei sentimenti.

Lo sapeva bene Adam Smith, che nella Teoria dei sentimenti morali (l’ultima edizione è del 1790) smaschera abilmente quello che passava (e passa talvolta tuttora) per essere uno spietato “scienziato sociale” degno della miglior stima: Bernard de Mandeville.

La tesi di quest’ultimo (La favola delle api, lo ricordo, è del 1723) era quella secondo cui l’impulso morale, definito come quello per cui uno “si adopera per il bene degli altri o per vincere la proprie passioni” (una definizione piuttosto restrittiva e fuorviante, come minimo), è in realtà la trasformazione utilitaria di impulsi fondamentalmente egoistici , e che la prosperità degli stati in un’economia di mercato dipende precisamente da questi vizi. Con le sue parole:

Ci devono essere orgoglio, lusso e inganno affinchè un popolo possa prosperare

 

Ora, il buon Adam Smith non è un osservatore meno acuto della natura umana e non è sospettabile di essere un ingenuo. Tuttavia, si vede costretto, con la bonomia di uno spettatore imparziale – cioè non risentito, a svelare con leggerezza il trucco e la contraddizione di questi pretesi scienziati sociali:

Quando le nostre riserve verso il piacere non raggiungono la più ascetica astinenza, Mandeville le tratta come lusso e sensualità grossolana. Secondo lui, è lusso tutto quello che supera quanto è strettamente necessario per la conservazione, e per questo vede questo vizio persino nell’uso di abiti puliti, o nell’abitare in una casa dignitosa. Considera sensualità allo stesso modo l’attrazione sensuale tra persone regolarmente sposate e quella gratificata in modo del tutto disdicevole, e deride la temperanza e la castità praticabili a costo di un così piccolo sacrificio quale il matrimonio” (Teoria dei sentimenti morali, VII, 2, 4, 11)

Insomma, il riformatore Mandeville fa impallidire il più rigorista dei gesuiti! E si capisce la simmetria: lo scienziato sociale che si gloria del proprio disincanto ha la stessa concezione dei sentimenti umani del più bieco moralista. Così, quando si grida alla liberazione degli istinti si finisce inevitabilmente a pensare a quelli più bassi e deformi, perché si accetta l’immagine tutta negativa che di questi hanno fatto i repressi e i risentiti. Il teorico del liberismo radicale è in realtà il miglior amico del tradizionalista conservatore: moralismo libertario e moralismo autoritario sono fatti della stessa pasta.

01
Dic
09

La tecnica dell’utilitarista

Simpatica discussione su un paio di tecniche retoriche sempreverdi. Ho dato il mio contributo, ma il merito dell’idea è di Alex.

24
Nov
09

Moralità pubblica?

E’ purtroppo impossibile ignorare la “triste historia” dell’ex Governatore del Lazio. La vicenda è tutta italiana, perciò non vale la pena di scomodare la lingua del Bardo.

Il fatto che tale vicenda sia emersa in un periodo in cui la discussione verteva sulla moralità del premier ha fatto sì che il discorso sia caduto sul rapporto fra moralità e politica. Su questo tema hanno avvertito la necessità di pronunciarsi sia le più alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica in testa), sia le massime autorità della religione cattolica (non solo il Papa, ma anche la CEI – quest’ultima per altro indirettamente coinvolta nel gossip a causa della vicenda Boffo).

Con toni e motivazioni diverse, si è richiamata l’importanza della moralità per la politica (Napolitano: «Ci si schieri liberamente a destra o a sinistra, in politica le cose che contano sono la nobiltà, il senso del limite, anche del ruolo alto e insostituibile della politica, e la dedizione all’interesse generale» http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200911articoli/49428girata.asp)
Ora, se si vuole evitare il moralismo (come è riuscito a fare Napolitano richiamando addirittura il termine “nobiltà”, che Nietzsche usa per indicare ciò che si contrappone a “volgare”, “basso”, “ignobile”, “servile”), l’unico modo di porre la questione riguarda il rapporto fra i comportamenti personali e la funzione pubblica. Poiché un ruolo pubblico richiede di poter esercitare una funzione con il minimo di interferenze possibili rispetto allo scopo della funzione (governare una regione, un paese), l’unica questione morale che riguardi un politico è la sua indipendenza di giudizio e d’azione: ciò che può indurre o costringere a deflettere, nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche, dallo scopo proprio di queste ultime è per il politico una minaccia morale. Quindi, porsi nelle condizioni di essere ricattabile o perseguibile o condizionabile rispetto alla propria azione pubblica è come minimo problematico.
Per questo, non è il comportamento giudicato “immorale” in sé che costituisce la “immoralità” del politico: criticare quest’ultimo per il fatto di avere frequentazioni contrarie al costume e chiedere per questo un rendiconto politico è puro moralismo.
Criticabile è semmai il fatto di mettersi in una situazione tale da condizionare pesantemente il proprio operato politico, al di là ovviamente dei normali condizionamenti politici (condizionamenti ideologici, di interesse politico, di rapporti di forza, di reciproca influenza: tutto questo è normale gioco politico). E’ evidente che questo è ciò che è accaduto nel caso del Governatore del Lazio, ma è altrettanto evidente che questo riguarda anche situazioni normalmente giudicate meno imbarazzanti. Gli esempi sarebbero molti e semplici, ma li lascio alle cronache e alla fantasia dei lettori.
Non c’è bisogno di guardare da una serratura per criticare un politico su basi morali. Basta suggerirgli un criterio semplice: un uomo nobile non pretende di restare al comando quando non è più un uomo libero.
 



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