Archive for the 'moralità pubblica' Category

15
Apr
10

la contraddizione del conservatore

La contraddizione del conservatore è questa, che l’ordinamento che egli oggi vuol conservare come “sacro”, “eterno”, è sorto ieri dal travolgimento rivoluzionario di un altro ordinamento, che allora si presentava con quello stesso alone di sacertà etica che ora pretende di avere questo.

Giulio Preti, Alle origini dell’etica contemporanea, Laterza, Bari 1957, pp. 136-137

Preti è spesso geniale in questo testo, dove per altro fa un’operazione ibrida fra il teoretico e lo storiografico: Smith è citato sparsamente più che analizzato e contestualizzato e serve fondamentalmente a sostenere le tesi dello stesso Preti, che si avvicinano a una peculiare versione di etica fenomenologica (e l’accostamento di Smith con la fenomenologia qui è sistematico).

La frase citata sopra è uno dei tanti gioielli di realismo che ci sono nel testo. Il moralismo del conservatore è precisamente questa mancanza di memoria storica, è la dimenticanza dell’origine, è – per fare solo un esempio fra i molti possibili – l’irrigidimento nella precettistica morale dell’istanza antifarisaica del Vangelo.

In generale, la contraddizione cui va facilmente incontro la morale che si istituzionalizza è quella di convertirsi, proprio per aver dimenticato le proprie fonti vitali, prima in una eticità consolidata, “oggettiva” e perciò statica e poi in una intoccabile “legge di natura”, in un diritto sacro. Tutta la tradizione letteraria e filosofica, a partire ad esempio dal dramma di Antigone, è la riproposizione di questa tensione fra la necessità delle leggi che reggono l’istituzionalità e la incoercibilità del movimento contrario che la vita individuale spesso propone. Si tratta di una tensione che non si può rimuovere (buone leggi e istituzioni sono sempre necessarie) ma che non deve essere occultata nè obliata. Vivere questa tensione senza ridurla a una contraddizione è il nocciolo dell’esperienza morale.

29
Mar
10

un grido di dolore

L’unico dato certo del giorno è, al momento, la forte astensione, senza precedenti nella storia delle elezioni repubblicane (i referendum sono un’altra cosa). I dati dicono che nelle 9 regioni monitorate direttamente dal Viminale ha votato il 64,22% degli aventi diritto, circa l’8% in meno rispetto alle precedenti regionali. Il Corriere ha anche lanciato una raccolta di opinioni sulle ragioni dell’astensione, ma  a parte molta comprensibile delusione per tutto ciò che sappiamo non se ne ricava un granché.

Che cosa significa questo dato assolutamente inaudito? Bisogna dirlo ora perché dopo,  quando si vedrà chi ha vinto (e hanno vinto tutti, naturalmente), non se ne parlerà più: intascati i (pochi) voti, all’eletto non serve nient’altro per invocare la legittimazione popolare, non importa se solo del 35% dei cittadini (se infatti hanno votato il 64% degli aventi diritto, chi vince con, poniamo, il 55% dei voti è stato votato dal 35% degli aventi diritto). Già stasera nelle dirette televisive gli astenuti scompariranno presto dalla scena.

Al di là della reazione agli scandali, alle ruberie, all’uso sistematico delle risorse pubbliche per fini privati, alla guerra attraverso le procure, al delirio mediatico, alla pochezza dei progetti politici (il capolavoro di queste elezioni è che i politici non hanno nemmeno avuto bisogno di un programma: geniale!), al bassissimo livello umano di molti candidati, agli insulti e così via (va bene, lo ammetto: ce n’è più che abbastanza per suggerire un’astensione anche nel più convinto attivista politico…), oltre a questo, dicevo, c’è soprattutto, almeno in chi si ferma a osservare da una certa distanza, la netta percezione di un fenomeno ormai documentato da tempo: la congerie di partiti, movimenti, consorterie e individui che circola intorno a ciò che si chiama politica è, in Italia, un sistema totalmente autoreferenziale e privo di qualunque contatto con la reale vita civile. La prima documentazione sistematica del livello raggiunto in Italia da questo fenomeno, lo ricordo perché ce ne siamo troppo rapidamente dimenticati, è il libro (ormai superato dalla realtà) di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La casta (Rizzoli, Milano 2007, nuova edizione 2008). Se ci si prendeva la briga di leggerne qualche capitolo dopo averlo comprato (lo hanno comprato in tanti), si aveva la dimostrazione precisa, nei numeri, nei fatti, nelle cause e negli effetti, dell’autoreferenzialità della cosiddetta politica (o meglio, come dicono Rizzo e Stella, di una sua caricatura).

Non ripercorro nessuno di quei FATTI, la cui narrazione irritò tanto la destra quanto la sinistra (lo si è rubricato come antipolitica e lo si è sostanzialmente censurato). Ne riassumo solo il senso: l’attività politica, in questo Paese, consiste in gran parte (o forse esclusivamente) nel creare e alimentare un sistema di clientele personali che beneficiano direttamente delle attività del politico di turno. Quest’ultimo mira a consolidare la propria posizione non anche, ma esclusivamente attraverso il conferimento di qualche privilegio o favore a persone specifiche: non dico a categorie o classi sociali o gruppi di riferimento, piuttosto singoli individui o piccoli gruppi di persone che hanno in comune solo il fatto di ricevere quel diretto beneficio. Sarà un effetto della caduta delle ideologie, ma laddove quest’ultime creavano la legittimazione politica attraverso il rapporto fra classi sociali e partiti, il politico italiano odierno non ha altra offerta politica reale che il favore personale, immediato, slegato da appartenenze ideologiche, sociali o culturali ma legato, legatissimo al coinvolgimento dell’elettore nel sistema dei benefici di cui godono i politici e quanti vi gravitano attorno.

Così, lo scopo del politico medio è allargare la cerchia dei suoi beneficati, senza la mediazione del partito o dell’ideologia. Questo genera un meccanismo diabolico: il politico ha bisogno di privilegi e vantaggi da distribuire a pioggia ai suoi “soci”; questi sono certamente meno della totalità dei cittadini, anche quando si sommassero tutti i politici in gioco. Per elargire benefici però bisogna avere risorse. Il sistema politico deve quindi drenare sempre più risorse dai cittadini, per redistribuirle individualmente a quelli che hanno promesso sostegno elettorale o di altra natura. Si tratta di un gruppo un po’ più ristretto di cittadini, che però il sistema politico tende ad allargare indefinitamente. In questo modo, attraverso il favore diretto, il sistema politico alimenta esclusivamente se stesso: ha bisogno di risorse per aumentare le elargizioni personali e punta a coinvolgere nel sistema di scambio quanti più elettori è possibile.

Ora, però, qui valgono due osservazioni: la prima è che non tutti hanno accesso a un qualche politico in posizione di elargire regalie di qualche tipo; quindi si tratta di un meccanismo di redistribuzione intrinsecamente ingiusto o quanto meno arbitrario. Ma questo aspetto è però, in proporzioni un po’ più ridotte, normale nella politica e, anche lontano dagli ideali, è un dato di fatto comune. Certo non è edificante, ma non è tragico. La seconda osservazione, che invece segnala un’anomalia fortemente italiana, è che nella vita civile non ci sono solo gli interessi privati: vi sono “beni comuni” che rappresentano il tessuto della vita civile e che riguardano tutti gli ambiti: l’educazione, l’economia, la cultura, la produzione, la giustizia, la difesa e così via. Qui vi è  qualcosa che la tradizione satirica romana (Orazio e Giovenale, ma anche la tradizione stoica – Cicerone, Seneca e Marco Aurelio – e di qui fin nel pieno dell’età moderna, per esempio in Shaftesbury) aveva compreso molto bene: quando manca il sensus communis, vale a dire il senso di ciò che è comune, pubblico, l’interesse per il bene della buona convivenza associata, ognuno è legittimato a ricercare esclusivamente il proprio particulare e così la res publica va in rovina.

Ora, il dato preoccupante che l’astensione segnala, a mio modesto parere, non è la “disaffezione” e nemmeno soltanto la “delusione”. Si tratta di qualcosa di peggio: poiché il gioco delle consorterie private della politica italiana è ormai così scoperto da essere accecante, è evidente che il cittadino non ha più alcuna fiducia nell’idea che il politico abbia qualche sensibilità per il bene comune (cioè che abbia alcun sensus communis; i politici si rivelano uomini privi di senso comune). Se lo vota è solo perché ha ricevuto favori diretti o spera di averne. E ci siamo quasi: se la percentuale dei votanti continua a scendere, arriveremo al pareggio fra chi vota e chi è direttamente o indirettamente coinvolto nel sistema che alimenta se stesso. Il 35% dei cittadini riceve un beneficio diretto dall’eletto di turno, gli altri sperano e i beni comuni non esistono.

Ecco, la percezione che questa sia la condizione normale della politica italiana genera molto più che una “disaffezione” o un disincanto. Eppure non genera più nemmeno una ribellione o una protesta. Genera astensione, che è un modo perdente e disperato di rapportarsi alla politica, è un grido di dolore che sa di non essere ascoltato, una sconfitta di fronte a tutti i vincitori (con il 35%). Sconfortante, ma se le cose non cambiano almeno un po’ non si vede proprio come uscirne.

29
Mar
10

Stiamo arrivando…

Ci stiamo (io, alex e altri) preparando per una gustosa novità online sui temi etico-politici nonché immmoralistici.

Arriviamo presto, intanto non perdiamoci di vista.

16
Mar
10

Lo spettatore interiore e lo spettatore reale

Quando siamo soli, tendiamo a sentire in mod0 troppo forte ciò che riguarda noi stessi: tendiamo a sopravvalutare quanto di buono possiamo aver compiuto e le offese che possiamo aver subito; tendiamo a esaltarci troppo per la nostra buona sorte, e ad abbatterci troppo per quella cattiva. Allora ci fa bene conversare con un amico, e ancor più con un estraneo.

L’uomo interiore, l’astratto e ideale spettatore dei nostri sentimenti e della nostra condotta, ha bisogno spesso di essere svegliato e richiamato al suo dovere dalla presenza dello spettatore reale, ed è sempre da quello spettatore, da cui non possiamo aspettarci che la minima simpatia e la minima indulgenza, che con ogni probabilità impareremo la più completa lezione di dominio di noi stessi.

Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali (1759), III, 3, 38

Che la ricerca morale personale funzioni così, piuttosto che attraverso la costruzione di teorie generali da cui dedurre il da farsi, è una lezione che tutti i grandi filosofi morali ci hanno impartito. Ma che nessuno ha esposto con la limpidezza di questo passo di Smith.

16
Feb
10

rousseau profetico (2)

Quando il vizio non sarà più un disonore quali saranno i capi abbastanza scrupolosi da astenersi dal manomettere le pubbliche entrate abbandonate alla loro discrezione, e da non ingannare ben presto se stessi, tentando di confondere i loro vani e scandalosi sprechi con la gloria dello Stato, e i mezzi di estendere la loro autorità con quelli rivolti ad accrescere la sua potenza?

Jean-Jacques Rousseau, Sull’economia politica, in Scritti Politici, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 303

Non posso credere sia stato scritto nel 1755…

16
Feb
10

Rousseau profetico

L’interesse più pressante del capo, e al tempo stesso il suo più inderogabile dovere, è dunque di vegliare a che siano osservate le leggi di cui è ministro e su cui si fonda tutta la sua autorità. Se deve farle osservare agli altri, a maggior ragione deve osservarle lui che ne gode tutto il favore.

Il suo esempio infatti è di tale rilievo che, quand’anche fosse il popolo ad accettare di buon grado che egli si sottraesse al giogo della sua legge, starebbe a lui di guardarsi dal profittare di una prerogativa tanto rischiosa che altri si sforzerebbero ben presto di usurpare a loro volta, e spesso con suo danno.

In fondo, poiché tutti gli obblighi della società sono reciproci per loro natura, non è possibile collocarsi al disopra della legge senza rinunciare ai suoi vantaggi, e nessuno deve nulla a chiunque pretenda di non dover nulla a nessuno.

Per la medesima ragione, in uno Stato bene ordinato, mai, a nessun titolo, verrà accordata alcuna esenzione dalla legge.

 

 

Jean-Jacques Rousseau, Sull’economia politica, (in Scritti Politici, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 285-286)

Ogni riferimento a cose e persone reali…

14
Feb
10

Gangs of Milan

Questa volta non sono i black bloc o gli anarco insurrezionalisti (quelli sono tutti a Vancouver), non sono le BR o i neofascisti (i primi si sono un po’ ristretti, i secondi stan più nascosti), non sono i tifosi del Napoli o di qualche squadra inglese (questo solo perché lo stadio era in un’altra zona). Questa volta sono loro.  Ed è una guerra fra loro: latinos (pare che siano stati dei ragazzi dei “Latin Chicago” ad accoltellare l’egiziano) e nordafricani (egiziani e magrebini).

La sensazione di trovarsi nella versione mediterranea di una West Side Story, o meglio, nello squallore del clima delle Gangs of New York è a dir poco inquietante. Non si tratta della lieve inquietudine del Wasp dei quartieri alti (Corso Venezia è separato da via Padova solo da un già molto inquieto Corso Buenos Aires). E’ la sensazione della terra di nessuno, del vuoto di potere, dell’incapacità di controllare il territorio. Una situazione che purtroppo a Rosarno conoscono bene, ma che qui a Milano sta emergendo in modo sempre più diffuso: condomini che sono totalmente ostaggio dello spaccio, quartieri che non è possibile controllare, zone che non sono più solo malavitose ma semplicemente estranee alla vita civile (tutto questo c’è sempre stato, a Milano come altrove, ma la sensazione che ora le zone fuori controllo siano più ampie è impossibile da scacciare).

Non è una questione di stranieri, almeno non nel senso in cui lo intende la Lega. E non è certo un problema di integrazione nel senso buonista di una compassione a buon mercato. Ho il sospetto che il problema, in via Padova come a Casal di Principe (con la differenza che un mafioso italiano è per definizione un delinquente, mentre un immigrato regolare può non esserlo, come un cittadino italiano), sia un problema di sovranità sul territorio.

Le gang esistono, qui come a New York e in tutto il mondo, perché ci sono dinamiche di gruppo che suscitano la competizione per il territorio: sotto questo profilo, gli uomini sono in tutto e per tutto simili a quegli animali territoriali che non tollerano l’invasione di nessuno nel loro “spazio vitale”. Semplice biologia. Le guerre fra gang si sviluppano quando queste percepiscono la mancanza di un potere di controllo più forte sul territorio. Nei paesi civili questo potere è normalmente lo Stato, che fissa le regole e le fa rispettare a tutti, nessuno escluso (italiani e stranieri, per intenderci).

Ora, questo potere al di sopra delle parti è l’essenza dello stato liberale: non serve evocare a gran voce eguali diritti se non si ha la forza di imporre il rispetto di quei diritti a tutti i cittadini e a chiunque calpesti il suolo nazionale.

Che via Padova sia diventata un ghetto, pardon: un quartiere ad alto tasso di immigrazione, lo si sapeva da tempo, come segnalavano le cifre relative agli esercizi commerciali aperti negli ultimi anni. Mi pare (benché si debba sempre essere prudenti su questi argomenti) che la situazione che ha generato la rivolta (il tipico e perfino romanzesco colpo di coltello per motivi di sfottò e gelosia) sia accaduta in un contesto in cui proprio l’assenza di un efficace potere superiore di controllo ha fatto pensare agli amici della vittima di doversi fare giustizia da soli. Cosa che giustamente la polizia ha cercato di evitare, ma a fatica.

Ora, la cosa sconfortante è che, del tutto a prescindere da quali etnie siano coinvolte (italiani compresi), la percezione che genera la vendetta, cioè la percezione della mancanza di un forte potere di controllo imparziale, è una percezione che in questi anni si insinua fra le nostre sensazioni in modo subdolo e per piccole fratture continue, nei modi e per le vie più disparate: anzitutto la difficoltà a ottenere giustizia, il dover lottare per convincersi che i colpevoli possano essere individuati e le resposabilità possano essere sanzionate, il dover alimentare una disperata speranza che vi sia imparzialità nei magistrati, soprattutto quando hanno a che fare (da accusatori o da giudici) con uomini potenti. Insomma, il fatto che la nostra fiducia nell’imparzialità e quindi nell’equità spazio pubblico appaia messa in discussione da uno stillicidio di piccole malefatte e grandi corruttele, dall’impossibilità di accertare le responsabilità, dal sospetto che talvota le accuse siano semplicemente strumentali o funzionali a una deriva mediatica totalmente impazzita, tutto questo rende la nostra percezione dell’autorità dello Stato più fragile e meno fiduciosa. E se questo accade per chi cittadino italiano lo è da quando è nato, immagino che accada anche più fortemente per chi è immigrato.

E’ ovvio che questa percezione non giustifichi nessuna vendetta. Un minimo di intelligenza umana o di cultura civile dovrebbe anzi suggerire che ciò che è  cruciale in questi frangenti è la capacità di tutte le persone civili di esigere l’applicazione imparziale di leggi giuste. E’ per questo che mi pare ci sia un legame profondo fra la vicenda di via Padova, che sembra soltanto una questione di ordine pubblico, e lo sbriciolamento dell’ordine civile e politico che ormai troppi cittadini e responsabili pubblici di ogni livello e di ogni orientamento politico hanno prodotto in questo Paese. Non si tratta di riprendersi il Paese da quegli stranieri che ce ne stanno espropriando (in certe zone del Sud l’esproprio è avvenuto ad opera di italianissimi mafiosi molti decenni fa). Non ancora, per lo meno. Si tratta di smettere di pensare che i diritti di una democrazia liberale siano solo un laissez-faire. Al contrario, sono un intreccio di vincoli senza i quali non è possibile alcun rispetto e, quindi, alcuna convivenza.




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