Archive for the 'Filosofi' Category

23
Mar
10

malattie filosofiche

Chi si è ammalato una volta
di hegelite e schleiermacherite
non starà mai più completamente bene.

Friedrich Nietzsche, Considerazioni Inattuali, I – David Strauss, l’uomo di fede e lo scrittore, in Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1964 e ssg., vol. III, tomo I, p. 48.

02
Feb
10

Mandeville moralistico

C’è una forma di moralismo che si ammanta di obiettività scientifica, di osservazione spassionata, di disincanto. E in realtà si basa sulla denigrazione sistematica della natura umana, della ragione e dei sentimenti.

Lo sapeva bene Adam Smith, che nella Teoria dei sentimenti morali (l’ultima edizione è del 1790) smaschera abilmente quello che passava (e passa talvolta tuttora) per essere uno spietato “scienziato sociale” degno della miglior stima: Bernard de Mandeville.

La tesi di quest’ultimo (La favola delle api, lo ricordo, è del 1723) era quella secondo cui l’impulso morale, definito come quello per cui uno “si adopera per il bene degli altri o per vincere la proprie passioni” (una definizione piuttosto restrittiva e fuorviante, come minimo), è in realtà la trasformazione utilitaria di impulsi fondamentalmente egoistici , e che la prosperità degli stati in un’economia di mercato dipende precisamente da questi vizi. Con le sue parole:

Ci devono essere orgoglio, lusso e inganno affinchè un popolo possa prosperare

 

Ora, il buon Adam Smith non è un osservatore meno acuto della natura umana e non è sospettabile di essere un ingenuo. Tuttavia, si vede costretto, con la bonomia di uno spettatore imparziale – cioè non risentito, a svelare con leggerezza il trucco e la contraddizione di questi pretesi scienziati sociali:

Quando le nostre riserve verso il piacere non raggiungono la più ascetica astinenza, Mandeville le tratta come lusso e sensualità grossolana. Secondo lui, è lusso tutto quello che supera quanto è strettamente necessario per la conservazione, e per questo vede questo vizio persino nell’uso di abiti puliti, o nell’abitare in una casa dignitosa. Considera sensualità allo stesso modo l’attrazione sensuale tra persone regolarmente sposate e quella gratificata in modo del tutto disdicevole, e deride la temperanza e la castità praticabili a costo di un così piccolo sacrificio quale il matrimonio” (Teoria dei sentimenti morali, VII, 2, 4, 11)

Insomma, il riformatore Mandeville fa impallidire il più rigorista dei gesuiti! E si capisce la simmetria: lo scienziato sociale che si gloria del proprio disincanto ha la stessa concezione dei sentimenti umani del più bieco moralista. Così, quando si grida alla liberazione degli istinti si finisce inevitabilmente a pensare a quelli più bassi e deformi, perché si accetta l’immagine tutta negativa che di questi hanno fatto i repressi e i risentiti. Il teorico del liberismo radicale è in realtà il miglior amico del tradizionalista conservatore: moralismo libertario e moralismo autoritario sono fatti della stessa pasta.

10
Dic
09

Che cosa pensano i filosofi?

Un interessante sondaggio è stato condotto fra i filosofi “di professione” (docenti, ricercatori, laureati e studenti, più alcuni vari) sui principali dibattiti filosofici in corso. Il sondaggio è stato (autorevolmente) svolto da Philpapers, un portale-motore di ricerca filosofico diretto da David Chalmers (NYU) e David Bourget (London) e ha interessato 3226 persone. C’è anche un metasondaggio su “ciò che pensate che i filosofi pensino” ma è stato effettuato da molte meno persone (727).

Alcuni risultati sono interessanti. Considero solo quelli relativi all’etica: il 56,3% accetta o inclina verso il realismo morale, contro un 27,7% di anti-realisti e un 15,8% di “altro”. Strana predominanza, segno dei tempi: il realismo morale sembrava morto e sepolto negli anni Quaranta e Cinquanta, dopo gli attacchi feroci e sapienti degli emotivisti (sulla scia del neopositivismo), tipo Ayer, Stevenson e soci. Ho il sospetto che le cose siano cominciate a cambiare quando è riemersa l’etica normativa, in particolare quella applicata, alla fine degli anni Sessanta. Il fatto curioso è che fino agli anni Ottanta, vedi Richard Mervyn Hare e Peter Singer, gli utilitaristi erano forse in maggioranza antirealisti (utilitarismo delle preferenze) mentre ora questa predominanza del realismo fa pensare a un ritorno di fiamma del naturalismo benthamita. Altro elemento contrastante è che i rawlsiani sono generalmente non-realisti (il costruttivismo è certamente una teoria non-realista) e considerato che sono il mainstream suona strano che siano in minoranza (anche se sommiamo gli “altri” e gli “antirealisti” arriviamo a 43,5%). Quello che il sondaggio non dice è che tipo di realisti siano questa maggioranza: intuizionisti classici? Naturalisti empirici? Naturalisti metafisici? Realisti kantiani (sì esistono anche questi e io sono uno di loro)?

Altro dato: il cognitivismo prevale nettamente (65,7%) sul non-cognitivismo (16,9%) (BEN 17% gli “altri”, una categoria che secondo la metaetica che si insegna nelle università non potrebbe nemmeno esistere: fra cognitivismo e non cognitivismo tertium non datur!). Anche qui, il segno dei tempi: fino agli anni Sessanta vi sfido a trovare un cognitivista che non fosse un residuato dell’intuizionismo prebellico o un utilitarista selvaggio. Poi qui forse Rawls ha veramente fatto la differenza: coniugando antirealismo e oggettivismo con la teoria costruttivistica ha sdoganato anche nuove forme di cognitivismo.

Il dato più sconcertante, stando alla metaetica di scuola, è però quello delle famiglie normative: la più diffusa è “other” (32,3%), cioè né deontologia (25,8%), né consequenzialismo (23,6%), né etica delle virtù (un misero 18,1%). Cioè la maggioranza relativa dei filosofi non si riconoscono in nessuna delle tre grandi famiglie normative. Forse questo dipende anche dall’aver posto l’alternativa fra consequenzialismo e “deontologia” (invece che semplice “non-consequenzialismo, come insegnava D.C. Broad), cosa in cui molti teorici dei diritti o della titolarità o di dottrine miste non si riconoscono. Se, come purtroppo capita, si pensa che la deontologia ESCLUDA la considerazione delle conseguenze (cosa che nessuna dottrina deontologica ha mai fatto) allora è ovvio che ci si schiera con la terza via, per quanto fumosa sia.

Infine un dato curioso: il 36,1% pensa che si sopravviva al teletrasporto (cioè, se ci trasferiamo su un altro pianeta tramite trasferimento della “forma” in una diversa materia continuiamo a vivere come se niente fosse accaduto. L’esempio ha dignità filosofica da quando ne ha parlato Derek Parfit in Ragioni e persone, 1984). Per il 31,1% invece si muore. Per il 32,6% l’esito è “altro”. Cioè suppongo, si vive ma un po’ malmessi o quanto meno non proprio in sé. Il fatto interessante è la vicinanza dei tre dati: praticamente è il tema su cui la comunità filosofica è in assoluto più divisa. Non so bene che cosa voglia dire questo. Forse il problema è che non sappiamo granché chi o che cosa veramente siamo e perfino un esempio banale (ma solo apparentemente banale) come questo ci manda in confusione totale.

Chalmers e Bourget si soffermano per ora solo sulla differenza fra alcune opinioni espresse e il metasurvey, ovvero ciò che i filosofi pensano che i loro colleghi pensino. Così, per esempio:

In four cases, the population gets the leading view wrong: predicting subjectivism rather than objectivism about aesthetic value, invariantism instead of contextualism, consequentialism instead of deontology, nominalism instead of Platonism.

La comunità filosofica sembra quindi più oggettivista e più deontologica di quanto gli stessi filosofi pensano che sia. Con tutte le cautele del caso (gli editors sono molto prudenti in merito), sembra che non ci si possa fidare troppo dell’autopercezione dei filosofi su se stessi. Figuriamoci sul resto…

L’amorale non si pronuncia con un parere in merito, ma starei per lanciare una sfida a commentare i dati. Ovviamente rivolta a tutti!




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