Archive for the 'ethics' Category

29
Mar
10

Stiamo arrivando…

Ci stiamo (io, alex e altri) preparando per una gustosa novità online sui temi etico-politici nonché immmoralistici.

Arriviamo presto, intanto non perdiamoci di vista.

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03
Feb
10

A comment on a very good post by Ralph Wedgwood on PEA Soup:

Hi Ralph,

I appreciate your post and would like to ask for some clarifications. Your suggestion to use the idea of an “expressive purpose” or a “representative role” is a way to be sensitive the arguments raised by the English Bishops. But it might concede too much.

According to the UK anti-discrimination Bill, being involved in “promoting or explaining the doctrine of the religion” counts as a reason for taking into account sex or marital status or sexual orientation. There are some examples of how it might work. In some countries (e.g. Italy), the Catholic Schools and especially the Catholic University refuse to hire someone who is the re-married condition. This is considered a good reason whether one is a teacher or Moral Philosophy or Quantum Mechanics or Greek Literature. And, I suspect, also for the role of janitor or book-seller or front-office secretary. Now, the Bill would give the opportunity of distinguishing between the role of janitor and secretary on the one side, and that of Professor of Moral Philosophy on the other. And would also offer some argument to those who would object against considering the teaching of Physics as being involved in “promoting or explaining the doctrine” (but what about teaching Evolutionary Biology? Well, a Catholic University would probably not offer such a teaching…). Yet, the idea seems quite clear. Being a janitor should not count as promoting the doctrine, as well as being a parish secretary. And, in my opinion,  the same should be said for the teaching of Physics or Mathematics. But the language of “expression” and “representation” seems to me more open to abuse by religious employers: as you point out, almost any role might be described as “representative” of a religion, and it would be very hard to find a basis to object even to the Church of the White-Supremacist Mysoginist that you imagine. The point, I think, is that the distinction we need must be attached to a specific function (promoting and explaining) and not to a general “identitary” concept (expression or representation). The liberal States protect citizens against those kinds of discrimination which would impede an otherwise acceptable identity; a job is an open position in this respect, and the right causes for discrimination should depend on the relation between the nature of the job and the religious doctrine. If the role is incompatible with a certain kind of identity, this should depend on the kind of practice it is, not on its “representativity”. This idea, I suspect, would put us on a rather slippery slope.

08
Gen
10

La rivoluzione neuroetica. Forse.

 

Ho curato un numero monografico della rivista Ethics&Politics sulla neuroetica (neuroethics: the issue is in English!). Ci sono vari contributi: in particolare, uno di Neil Levy (autore del miglior libro scritto in argomento fino ad oggi) sul neuromarketing e altri interventi che fanno proposte o analisi critiche delle tesi che nel dibattito vanno per la maggiore.

L’idea guida, espressa nell’introduzione, è che la neuroetica è quasi una rivoluzione. Vediamo perché. Questi studi sull’etica nel cervello (diciamo così) si basano su un nuovo strumento che si è reso disponibile dai primi anni Novanta: la Risonanza Magnetica Funzionale per Immagini (in inglese: fMRI). Questa consente di “vedere” il consumo metabolico delle cellule cerebrali mentre la persona svolge un compito cognitivo (fare calcoli, immaginare, ma anche provare emozioni) o pratico (per esempio, prendere delle decisioni). Ora, se con la fMRI possiamo “vedere” (in realtà vediamo solo il consumo di energia delle cellule attivate) quale area del cervello si attiva quando prendiamo decisioni morali, allora è un po’ come vedere le fasi di Mercurio o i pianeti di Giove con il cannocchiale di Galileo. Abbiamo cioè uno strumento che ci mostra dal vivo cosa succede quando, per esempio, dobbiamo scegliere se azionare uno scambio per deviare un vagone in corsa che ucciderebbe cinque persone ma che, una volta deviato, ne ucciderebbe un’altra (cioè il dilemma noto come Trolley problem, creato da Philippa Foot in un articolo del 1967). Vedere, ad esempio, che le aree che si ritengono legate all’emozione si attivano fortemente in questi casi di decisione problematica è decisamente meglio che soltanto ipotizzare che le emozioni siano coinvolte nella moralità. Quindi, la fMRI è come il cannocchiale.

Non solo: Galileo cercava le fasi di Mercurio e Venere perché aveva accolto la rivoluzione copernicana. Se la terra e gli altri pianeti girano intorno al sole e non viceversa, allora tutti i pianeti hanno fasi (la cosa è più complicata, ma semplifichiamo). Galileo non avrebbe visto ciò che ha visto se non avesse creduto in questa premessa teorica, di guardare a partire dalla centralità del sole e non della terra. Bene. Qualcosa di simile è avvenuto in etica in età moderna: i filosofi, a partire da Cartesio, Hobbes, Spinoza e per finire Kant, hanno smesso di cercare la fondazione dell’etica là fuori, nella natura, e hanno cominciato a guardare nel soggetto. Non la terra (e così il cosmo come ordine esterno all’uomo) ma l’uomo è la sorgente di forza normativa della morale (come la forza di gravità). La morale deriva dal nostro modo di ragionare. Questa è la rivoluzione copernicana in etica. Ora, se usiamo la fMRI per guardare nel cervello pensando che è da lì che viene la forza normativa dei nostri giudizi morali abbiamo un buono strumento per capire (forse!) perché la morale ha autorità. Interessante, no?

Ma l’analogia si ferma qui. Per prima cosa non tutti sono d’accordo che la morale tragga autorità dal soggetto: aristotelici, tomisti e naturalisti di vario genere sono convinti che l’ordine morale sia nella natura o nel suo creatore o nel processo evolutivo. Ancora meno credono che la morale stia “nel cervello”: emozioni, ragioni, argomenti, decisioni non sembrano essere del tutto riducibili a scambi biochimici fra neuroni. Forse. Ma qui importa solo che sappiamo con certezza che il cervello è coinvolto nella morale e che, per questo, sapere che cosa succede lì è comunque importante. Per esempio: una teoria morale che dicesse che le decisioni morali non implicano alcuna emozione riceve un brutto colpo dalla dimostrazione scientifica che quando decidiamo si attivano le aree connesse alle emozioni. In realtà, tutti i filosofi seri hanno sempre riconosciuto che la decisione coinvolge tanto i ragionamenti quanto le emozioni (Aristotele: “la scelta è desiderio che ragiona o intelletto che desidera”), ma il fatto di avere una conferma sperimentale non è indifferente (per una volta, la scienza conferma la filosofia).

Inoltre, la rivoluzione scientifica fu completa solo dopo che Newton scovò un principio unitario (la legge di gravitazione universale) per spiegare tutti i movimenti dei pianeti e perfino del sole stesso (dal sistema newtoniano si può evincere che la nostra galassia non è l’unica esistente). Solo così si può parlare di rivoluzione scientifica: quando tutti i fenomeni noti sono spiegati con un nuovo principio. Ora, niente di simile si può dire per quello strano fenomeno che chiamiamo morale: non disponiamo di una teoria della mente e men che meno di una teoria del soggetto agente che spieghi con un solo principio tutto quel che facciamo .

Questo significa che il lavoro dei filosofi non è affatto finito. Anche se sappiamo di più su cosa succede nel cervello quando decidiamo, ancora non abbiamo idea del perché dovremmo seguire le nostre “inclinazioni” mentali nel fare scelte morali e non sappiamo quali siano le “inclinazioni” giuste, cioè quelle veramente giustificate. Questo è il vero problema dell’autorità della morale: non si tratta di sapere come prendiamo le decisioni, ma quali siano le decisioni meglio giustificate. Non è detto che siano quelle più “razionali” in un senso astratto del termine, perché – per esempio – corrispondere a un’emozione è un’ottima ragione per fare o non fare qualcosa.

Quindi, la neuroetica non è una rivoluzione, ma quasi: forse su questi temi le risposte che ci servono non arriveranno né da nuovi cannocchiali né da scanner più potenti. Possono arrivare solo da ragionamenti più solidi, che però non potranno far finta di non aver visto ciò che il cannocchiale e lo scanner ci mostrano.




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