Author Archive for Roberto Mordacci

15
Apr
10

E allora adesso si fa sul serio

Se c’è qualcosa che mi entusiasma io non mollo. Soprattutto se mi sembra che ci sia da condividerne, da farne uso comune, da spartirne (NO, non sto parlando di una canna). Sto parlando della condivisione di contenuti, di idee, di piste di ricerca, di provocazioni. Cioè di un blog, certo, ma di qualcosa di più di un blog personale. Di un blog collettivo.

Siccome il mio lavoro è quella scienza che Adorno chiamava triste e che a me al contrario appare gioiosa, chiamata etica o filosofia morale o filosofia pratica o come vi piace, ho spinto alcuni amici a metter su insieme un blog collettivo di etica e politica. Lo trovate qui

Moralia on the web

Colui che è stato più facile convincere e che è la vera anima tecnica (ma anche contenutistica) dell’inziativa è il buon vecchio (?) Alex, ma se andate a vedere la colonna degli autori ci trovate moltissima gente davvero in gamba.

Nel primo post ho spiegato lo spirito dell’iniziativa, mentre nel secondo  Alex spiega quale tipo di post ci attendiamo e come fare per partecipare, a vari livelli, all’iniziativa (sì, perché oltre a sottocrivere un feed o commentare, potete anche proporvi come autori!).

Nelle prime 9 ore di esistenza on line siamo arrivati a quasi 100 visite!

Questo naturalmente non significa che theimmoralist vada in disarmo o si sciolga nella corrente dei nobili cavalieri di moralia, anzi. Sarà sempre lì, come anche qui, a cercare di tenere in contatto la morale con la vita e a rilanciare le parole che, incontrate per caso o per ricerca, hanno aperto uno spazio di vera libertà al pensiero e all’azione.

Dunque si allarga la compagnia del pensiero attivo. Il che mi pare sintomo di salute, non l’unico in verità, per l’antica nottola di Minerva.

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15
Apr
10

la contraddizione del conservatore

La contraddizione del conservatore è questa, che l’ordinamento che egli oggi vuol conservare come “sacro”, “eterno”, è sorto ieri dal travolgimento rivoluzionario di un altro ordinamento, che allora si presentava con quello stesso alone di sacertà etica che ora pretende di avere questo.

Giulio Preti, Alle origini dell’etica contemporanea, Laterza, Bari 1957, pp. 136-137

Preti è spesso geniale in questo testo, dove per altro fa un’operazione ibrida fra il teoretico e lo storiografico: Smith è citato sparsamente più che analizzato e contestualizzato e serve fondamentalmente a sostenere le tesi dello stesso Preti, che si avvicinano a una peculiare versione di etica fenomenologica (e l’accostamento di Smith con la fenomenologia qui è sistematico).

La frase citata sopra è uno dei tanti gioielli di realismo che ci sono nel testo. Il moralismo del conservatore è precisamente questa mancanza di memoria storica, è la dimenticanza dell’origine, è – per fare solo un esempio fra i molti possibili – l’irrigidimento nella precettistica morale dell’istanza antifarisaica del Vangelo.

In generale, la contraddizione cui va facilmente incontro la morale che si istituzionalizza è quella di convertirsi, proprio per aver dimenticato le proprie fonti vitali, prima in una eticità consolidata, “oggettiva” e perciò statica e poi in una intoccabile “legge di natura”, in un diritto sacro. Tutta la tradizione letteraria e filosofica, a partire ad esempio dal dramma di Antigone, è la riproposizione di questa tensione fra la necessità delle leggi che reggono l’istituzionalità e la incoercibilità del movimento contrario che la vita individuale spesso propone. Si tratta di una tensione che non si può rimuovere (buone leggi e istituzioni sono sempre necessarie) ma che non deve essere occultata nè obliata. Vivere questa tensione senza ridurla a una contraddizione è il nocciolo dell’esperienza morale.

12
Apr
10

il cane dei moralisti

‘Date a un cane un nome ignominioso e impiccatelo’. la natura umana è stata il cane dei moralisti di professione con le conseguenze cui allude il proverbio. La natura umana è stata guardata con sospetto, con paura, con occhi biechi, a volte anche con entusiasmo per le sue possibilità, ma solo ponendo queste ultime in contrasto con la sua realtà. E’ sembrata così maldisposta che il compito della moralità si è fatto consistere nel mondarla e piegarla; ma si pensava che sarebbe stato assai meglio se fosse stato possibile sostituirla con qualcosa d’altro. […] E certo i teologi hanno avuto dell’uomo una concezione più pessimistica che non pagani e laici. […] La morale si occupa in gran parte del dominio sulla natura umana. E quando tentiamo di dominare qualcosa abbiamo un’acuta sensibilità al fatto stesso che esso ci resiste. Per questo forse i moralisti furono indotti a credere la natura umana tanto cattiva, a causa della sua riluttanza ad assoggettarsi al dominio, della sua tendenza a ribellarsi al giogo.

John Dewey, Human Nature and Conduct, New York 1948, pp. 1-3

29
Mar
10

un grido di dolore

L’unico dato certo del giorno è, al momento, la forte astensione, senza precedenti nella storia delle elezioni repubblicane (i referendum sono un’altra cosa). I dati dicono che nelle 9 regioni monitorate direttamente dal Viminale ha votato il 64,22% degli aventi diritto, circa l’8% in meno rispetto alle precedenti regionali. Il Corriere ha anche lanciato una raccolta di opinioni sulle ragioni dell’astensione, ma  a parte molta comprensibile delusione per tutto ciò che sappiamo non se ne ricava un granché.

Che cosa significa questo dato assolutamente inaudito? Bisogna dirlo ora perché dopo,  quando si vedrà chi ha vinto (e hanno vinto tutti, naturalmente), non se ne parlerà più: intascati i (pochi) voti, all’eletto non serve nient’altro per invocare la legittimazione popolare, non importa se solo del 35% dei cittadini (se infatti hanno votato il 64% degli aventi diritto, chi vince con, poniamo, il 55% dei voti è stato votato dal 35% degli aventi diritto). Già stasera nelle dirette televisive gli astenuti scompariranno presto dalla scena.

Al di là della reazione agli scandali, alle ruberie, all’uso sistematico delle risorse pubbliche per fini privati, alla guerra attraverso le procure, al delirio mediatico, alla pochezza dei progetti politici (il capolavoro di queste elezioni è che i politici non hanno nemmeno avuto bisogno di un programma: geniale!), al bassissimo livello umano di molti candidati, agli insulti e così via (va bene, lo ammetto: ce n’è più che abbastanza per suggerire un’astensione anche nel più convinto attivista politico…), oltre a questo, dicevo, c’è soprattutto, almeno in chi si ferma a osservare da una certa distanza, la netta percezione di un fenomeno ormai documentato da tempo: la congerie di partiti, movimenti, consorterie e individui che circola intorno a ciò che si chiama politica è, in Italia, un sistema totalmente autoreferenziale e privo di qualunque contatto con la reale vita civile. La prima documentazione sistematica del livello raggiunto in Italia da questo fenomeno, lo ricordo perché ce ne siamo troppo rapidamente dimenticati, è il libro (ormai superato dalla realtà) di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La casta (Rizzoli, Milano 2007, nuova edizione 2008). Se ci si prendeva la briga di leggerne qualche capitolo dopo averlo comprato (lo hanno comprato in tanti), si aveva la dimostrazione precisa, nei numeri, nei fatti, nelle cause e negli effetti, dell’autoreferenzialità della cosiddetta politica (o meglio, come dicono Rizzo e Stella, di una sua caricatura).

Non ripercorro nessuno di quei FATTI, la cui narrazione irritò tanto la destra quanto la sinistra (lo si è rubricato come antipolitica e lo si è sostanzialmente censurato). Ne riassumo solo il senso: l’attività politica, in questo Paese, consiste in gran parte (o forse esclusivamente) nel creare e alimentare un sistema di clientele personali che beneficiano direttamente delle attività del politico di turno. Quest’ultimo mira a consolidare la propria posizione non anche, ma esclusivamente attraverso il conferimento di qualche privilegio o favore a persone specifiche: non dico a categorie o classi sociali o gruppi di riferimento, piuttosto singoli individui o piccoli gruppi di persone che hanno in comune solo il fatto di ricevere quel diretto beneficio. Sarà un effetto della caduta delle ideologie, ma laddove quest’ultime creavano la legittimazione politica attraverso il rapporto fra classi sociali e partiti, il politico italiano odierno non ha altra offerta politica reale che il favore personale, immediato, slegato da appartenenze ideologiche, sociali o culturali ma legato, legatissimo al coinvolgimento dell’elettore nel sistema dei benefici di cui godono i politici e quanti vi gravitano attorno.

Così, lo scopo del politico medio è allargare la cerchia dei suoi beneficati, senza la mediazione del partito o dell’ideologia. Questo genera un meccanismo diabolico: il politico ha bisogno di privilegi e vantaggi da distribuire a pioggia ai suoi “soci”; questi sono certamente meno della totalità dei cittadini, anche quando si sommassero tutti i politici in gioco. Per elargire benefici però bisogna avere risorse. Il sistema politico deve quindi drenare sempre più risorse dai cittadini, per redistribuirle individualmente a quelli che hanno promesso sostegno elettorale o di altra natura. Si tratta di un gruppo un po’ più ristretto di cittadini, che però il sistema politico tende ad allargare indefinitamente. In questo modo, attraverso il favore diretto, il sistema politico alimenta esclusivamente se stesso: ha bisogno di risorse per aumentare le elargizioni personali e punta a coinvolgere nel sistema di scambio quanti più elettori è possibile.

Ora, però, qui valgono due osservazioni: la prima è che non tutti hanno accesso a un qualche politico in posizione di elargire regalie di qualche tipo; quindi si tratta di un meccanismo di redistribuzione intrinsecamente ingiusto o quanto meno arbitrario. Ma questo aspetto è però, in proporzioni un po’ più ridotte, normale nella politica e, anche lontano dagli ideali, è un dato di fatto comune. Certo non è edificante, ma non è tragico. La seconda osservazione, che invece segnala un’anomalia fortemente italiana, è che nella vita civile non ci sono solo gli interessi privati: vi sono “beni comuni” che rappresentano il tessuto della vita civile e che riguardano tutti gli ambiti: l’educazione, l’economia, la cultura, la produzione, la giustizia, la difesa e così via. Qui vi è  qualcosa che la tradizione satirica romana (Orazio e Giovenale, ma anche la tradizione stoica – Cicerone, Seneca e Marco Aurelio – e di qui fin nel pieno dell’età moderna, per esempio in Shaftesbury) aveva compreso molto bene: quando manca il sensus communis, vale a dire il senso di ciò che è comune, pubblico, l’interesse per il bene della buona convivenza associata, ognuno è legittimato a ricercare esclusivamente il proprio particulare e così la res publica va in rovina.

Ora, il dato preoccupante che l’astensione segnala, a mio modesto parere, non è la “disaffezione” e nemmeno soltanto la “delusione”. Si tratta di qualcosa di peggio: poiché il gioco delle consorterie private della politica italiana è ormai così scoperto da essere accecante, è evidente che il cittadino non ha più alcuna fiducia nell’idea che il politico abbia qualche sensibilità per il bene comune (cioè che abbia alcun sensus communis; i politici si rivelano uomini privi di senso comune). Se lo vota è solo perché ha ricevuto favori diretti o spera di averne. E ci siamo quasi: se la percentuale dei votanti continua a scendere, arriveremo al pareggio fra chi vota e chi è direttamente o indirettamente coinvolto nel sistema che alimenta se stesso. Il 35% dei cittadini riceve un beneficio diretto dall’eletto di turno, gli altri sperano e i beni comuni non esistono.

Ecco, la percezione che questa sia la condizione normale della politica italiana genera molto più che una “disaffezione” o un disincanto. Eppure non genera più nemmeno una ribellione o una protesta. Genera astensione, che è un modo perdente e disperato di rapportarsi alla politica, è un grido di dolore che sa di non essere ascoltato, una sconfitta di fronte a tutti i vincitori (con il 35%). Sconfortante, ma se le cose non cambiano almeno un po’ non si vede proprio come uscirne.

29
Mar
10

Stiamo arrivando…

Ci stiamo (io, alex e altri) preparando per una gustosa novità online sui temi etico-politici nonché immmoralistici.

Arriviamo presto, intanto non perdiamoci di vista.

23
Mar
10

malattie filosofiche

Chi si è ammalato una volta
di hegelite e schleiermacherite
non starà mai più completamente bene.

Friedrich Nietzsche, Considerazioni Inattuali, I – David Strauss, l’uomo di fede e lo scrittore, in Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1964 e ssg., vol. III, tomo I, p. 48.

16
Mar
10

Lo spettatore interiore e lo spettatore reale

Quando siamo soli, tendiamo a sentire in mod0 troppo forte ciò che riguarda noi stessi: tendiamo a sopravvalutare quanto di buono possiamo aver compiuto e le offese che possiamo aver subito; tendiamo a esaltarci troppo per la nostra buona sorte, e ad abbatterci troppo per quella cattiva. Allora ci fa bene conversare con un amico, e ancor più con un estraneo.

L’uomo interiore, l’astratto e ideale spettatore dei nostri sentimenti e della nostra condotta, ha bisogno spesso di essere svegliato e richiamato al suo dovere dalla presenza dello spettatore reale, ed è sempre da quello spettatore, da cui non possiamo aspettarci che la minima simpatia e la minima indulgenza, che con ogni probabilità impareremo la più completa lezione di dominio di noi stessi.

Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali (1759), III, 3, 38

Che la ricerca morale personale funzioni così, piuttosto che attraverso la costruzione di teorie generali da cui dedurre il da farsi, è una lezione che tutti i grandi filosofi morali ci hanno impartito. Ma che nessuno ha esposto con la limpidezza di questo passo di Smith.




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