09
Feb
10

Un anno non passa invano. Forse.

 

La morte di Eluana Englaro esattamente un anno fa sembrava segnare un momento di frattura irreversibile fra la sensibilità di molte persone, inclusi numerosi elettori del PdL, e le scelte del Legislatore. L’urgenza e addirittura la fretta di legiferare su un tema così delicato sull’onda dell’emozione sembrava essersi impadronita dell’intero Governo, Ministro Sacconi in testa (ma anche il Premier non scherzava allora – o forse sì? In fondo, non si capisce mai quando Berlusconi scherza o fa sul serio, tant’è che lo fraintendiamo sempre, pover’uomo). Già prima della morte di Eluana, infatti, si era arrivati a una proposta di legge, quella formulata dal Sen. Calabrò e datata 29 gennaio 2009. Il testo superò piuttosto rapidamente (rispetto ai tempi standard del nostro Parlamento) l’esame del Senato (fu approvato il 26 marzo del 2009 con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astensioni), ma da allora è fermo alla Commissioni Affari Sociali della Camera.

Qualcosa deve aver fatto suonare un campanello d’allarme ai sostenitori della legge. Per esempio, pochi giorni prima dell’approvazione del ddl Calabrò circolava un sondaggio, realizzato da Luigi Crespi, secondo cui il 70% degli elettori del PdL sarebbe favorevole al testamento biologico. Inoltre, la discussione in Commissione ha dovuto tenera conto di numerose iniziative che proponevano modifiche al testo. Fra queste, un testo proposto da un nutrito gruppo di docenti di materie filosofiche e giuridiche (di area cattolica, ma non solo), che contiene una piattaforma costituita da quattro premesse condivise e un testo alternativo per alcuni passi del ddl Calabrò. Si tratta di una proposta sensata e moderata, che infatti è stata fatta in parte propria, nella sostanza, da un emendamento proposto dall’On. Della Vedova (PdL). Purtroppo, l’emendamento è stato bocciato in Commissione, ma il segnale politico deve aver risuonato abbastanza chiaro. D’altra parte, l’opposizione al disegno di legge Calabrò da parte dell’opinione pubblica è forte, come testimonia anche l’amplissima adesione ricevuta dall’appello proposto da Ignazio Marino sul testamento biologico. Forse anche questo spiega lo stop della legge.

Molti diranno che un anno è passato invano. Ma forse non è così. Il ddl Calabrò era evidentemente sbilanciato in una direzione autoritaria e oltretutto conteneva alcune confusioni che avrebbero reso difficilmente applicabile la norma. Inoltre, i toni si sono lievemente attenuati e la decantazione dell’emozione potrebbe suggerire di stendere una legge più saggia. Però.

Non è da immoralisti coltivare illusioni: il testamento biologico è una merce di scambio troppo ghiotta per il PdL in rapporto alle richieste del Vaticano. Come tutte le materie bioetiche, è una questione di bandiera e qui più che mai conta soltanto tenere fermo, almeno in apparenza, il punto di principio, cioè la cosiddetta indisponibilità della vita. Se questo punto non entra nel dibattito e quindi nella negoziazione, il risultato non potrà cambiare: le opinioni moderate nella maggioranza saranno ricondotte all’ordine e, come preannuncia il Ministro Sacconi, si avrà entro l’estate una legge che vieta ai cittadini di esprimersi sull’interruzione dell’alimentazione e idratazione forzata.

A meno che. A meno che non si rimandi indefinitamente il dibattito, si accolga qualche emendamento alla Camera, si ritorni in Senato e poi, magari, si attenda la prossima legislatura. In questo modo, si salverebbe la faccia di fronte al Vaticano e non si perderebbe il contatto con una discreta parte dell’elettorato (perché il rischio, poi, è anche quello di dover affrontare un referendum – e su questo tema potrebbe andare diversamente da come andò sulla procreazione assistita). Detto altrimenti: non credo a un dibattito sereno, a un confronto reale e a una legislazione ragionevole su questo genere di temi, in questo clima politico.

Intanto, un anno è servito, forse, a rendere meno aspro e scomposto il confronto (si raggiunsero toni da isterismo collettivo, da una parte e dall’altra). Temo però che altro tempo non servirà ad avere una legge migliore. Parafrasando La Rochefoucauld: le virtù più fortemente sbandierate in pubblico sono i più accorti travestimenti dell’amor proprio.

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