02
Feb
10

moralismo calcistico

Fra i molti che se ne occupano, L’amorale affronta in modo interessante il caso di John Terry, il capitano della nazionale inglese in bilico per una storia di tradimenti con la fidanzata di un compagno di squadra. La storia è nota. Si è mobilitato perfino il Ministro dello sport per chiedere che gli venisse tolta la fascia di capitano. E Fabio Capello dovrà prendere una decisione. Una ventata di moralismo nel calcio? Non necessariamente.

Provo a chiarire: la morale è tutta una questione di ruoli. La cosa che conta è che ciò che uno fa non sia di impedimento al proprio ruolo, anzi, che ciò che fa sia un’eccellente modo di svolgere il proprio ruolo (ne parlavo già in un precedente post sulla morale pubblica). E noi di ruoli ne abbiamo sempre molti: come marito, Terry è quello che è; come amante pure, visto che pare che abbia indotto l’amante a non tenere il figlio; come cittadino, non lo sappiamo (paga regolarmente le tasse? Ha residenza a Montecarlo?), magari è molto meglio di Valentino Rossi; come calciatore, è uno che ci sa fare; come capitano di squadra, ecco, questa è una faccenda che ha a che fare con la fiducia dei compagni, dice l’amorale; e ha ragione: se quel che ha fatto fuori dal campo non mina la fiducia dei compagni, tutto ok; se lo spirito di squadra comprende cose del tipo “nessuno tromba la moglie dell’altro” allora non ci siamo: il codice non scritto della squadra è violato e addio fascia di capitano (Sbaglio o ci fu un precendente nel Milan, con vittima il buon Baresi?).
Ora, il moralismo è esattamente l’attteggiamento di chi non vuole tenere distinti questi ambiti. Che pensa che se sbagli in un ruolo sbagli in tutti. Che se evadi le tasse devono toglierti il titolo di campione del mondo (conosco meglio il motociclismo che il calcio…). Ma non esser moralisti non significa essere scettici o relativisti o nichilisti o libertini. E il ragionamento dell’amorale (sfido chiunque a sospettare un amorale di moralismo) lo dimostra: lo scopo interno delle pratiche definisce i comportamenti adeguati al fine.
Ho sempre sospettato che sotto la scorza di ogni consequenzialista si nascondesse un aristotelico classico. E infatti, di qui si arriva alla stessa antica domanda: la questione, si dirà, è quella del meta-ruolo di essere umano: qual è il criterio per stabilire se in quel ruolo si fa bene o male? Ora, io domando: siamo sicuri che ci sia un ruolo simile?

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