23
Gen
10

Le morali perdute e la tradizione

Un commento di Broncobilly al mio Alla ricerca delle morali perdute mi offre la possibilità di portare un passo avanti la riflessione e di connetterla con il mio tema dell’immoralismo. Anzitutto ringrazio Bronco (per gli amici, suppongo, anche se non ci conosciamo) per aver segnalato le osservazioni di Coase e Hayek sul rapporto fra libertà e tradizione. Tuttavia il punto cruciale è quello che riguarda la “naturalizzazione dell’etica”. In un post di Bronco si può vedere la sua tesi. Più in generale: può sembrare che l’appello alle scienze (neuro e non) in riferimento all’etica suoni come una versione del programma naturalistico. Ma non è cosi.

Un’etica naturalizzata nel senso di una mera descrizione del comportamento è evidentemente un controsenso. L’etica è controfattuale o non è. In realtà, l’opportunità offerta oggi  dalle neuroscienze e dalla biologia non è la naturalizzazione. E’ la possibilità di essere più ragionevoli nel nostro cercare di escludere i comportamenti inaccettabili per umani quali siamo. Fare questo è tutt’altra cosa dal cercare il fondamento di validità della morale. Sotto questo profilo, una cosa mi pare certa: l’unica fonte della morale è la libertà e la biologia ne è soltanto da un lato il supporto esistenziale (l’evoluzione ci ha dotati di un certo tipo di cervello) e dall’altro la cartina di tornasole, l’ambito su cui la libertà ha impatto e che risponde ai nostri deliri e alla nostra saggezza con dei “posso” o “non posso”. A volte, l’impossibilità di vivere secondo una certa etica o ideologia (in questo senso non faccio qui differenze) non si manifesta subito. Non succede che decido di essere nazista e scopro di non poterlo essere il giorno stesso (se ci riflettessi bene, in realtà, lo scoprirei, ma si sa, il nazista medio non riflette molto). Succede magari che si scopre che il prezzo per la vita di essere nazista è così alto che i viventi vi si ribellano con tutte le proprie forze e, al superficiale successo dell’ideologia brutale della superiorità della razza, reagiscono, dopo il primo stordimento, con l’eroismo e la determinazione che conosciamo dai resoconti della Resistenza in tutti i Paesi.

Ora, l’etica liberale non avrebbe potuto mai da sola sconfiggere il nazismo. E’ che quest’ultimo, nonostante la connivenza dei teorici post-darwiniani dell’eugenetica e del razzismo, non era espressione di una morale vivibile (ci sono voluti pochissimi anni – rispetto ai tempi dell’evoluzione – per vedere che era così). La biologia ha dato una robusta mano all’etica liberale, anche attraverso la lotta degli interessi, l’aspirazione al dominio (la parabola del rapporto Hitler-Stalin mostra proprio questo) e così via. Non c’è purezza di ideali nei grandi movimenti della storia. Ma c’è un contributo positivo delle reazioni istintive, che quando si uniscono alla libertà hanno una forza irresistibile.

Bronco cita Hayek e la sua tesi che la tradizione custodisce l’evoluzione. Rispondo che in parte è vero, ma che qui bisogna distinguere attentamente: l’evoluzione culturale non è unidirezionale, vi sono paurosi crolli nella barbarie e vi sono arcaismi che la tradizione cerca di imporre tanto sulla libertà quanto sulla biologia perché ne ha frainteso il movimento interno. La tradizione è ambigua per la morale: sappiamo che proprio nazismo e fascismo facevano perno sull’appello alla tradizione (nel caso dei nostri fasci il ritorno al mondo romano aveva tratti davvero ridicoli, ma l’efficacia retorica era imbattibile).

Il compito dell’immoralista è smascherarne le forme arcaiche, il ressentiment nascosto, la violenza inconfessata, e riportare la libertà in contatto con la vita. E’ in questo che la nostra sensibilità deve essere desta: nel cogliere l’elemento “antivitale” di certi aspetti della tradizione, nel ricordare che una tradizione statica è morta e uccide, che la vera tradizione è un’evoluzione continua delle forme e dei costumi entro una dinamica vitale che resta in contatto con i propri bisogni fondamentali e con l’impulso più fondamentale di tutti, quello a non essere schiavi. Insomma: la tradizione custodisce l’evoluzione solo quando non le impedisce di evolvere.

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3 Responses to “Le morali perdute e la tradizione”


  1. 23/01/2010 alle 12:09

    un recente esempio di scienza usata per confermare “cose che sappiamo già”: con la risonanza magnetica si sono confermate diagnosi di stress post-traumatico nel 97% dei casi identificati dagli psicologi.

    è in questo senso che intendi il cannocchiale, no?

  2. 23/01/2010 alle 13:25

    Grazie Alex. Veramente quello che tu segnali io lo chiamo “accanimento diagnostico”: l’occhio clinico ha già capito, ma per sicurezza bombardiamo il paziente con tutta la diagnostica possibile…. Come infatti nota anche il clinico intervistato:
    “Rajendra Morey, a psychiatrist at the Duke–U.N.C. Brain Imaging and Analysis Center in Durham, N.C., who was not involved in the study, says that he could see MEG being used “as an adjunct to the more conventional way of diagnosing.” Although a biology-based diagnosis for PTSD would be helpful, he says, using MEG in the clinic is still a ways off.”

    Comunque sì, in parte il concetto è quello, solo che nella filosofia la verità o la sua conferma ha uno statuto diverso dalla verità “pratica” (il vecchio Aristotele torna sempre) che serve alla medicina. Certo, confermare la diagnosi con la risonanza è confortante, ma se nel 97% dei casi il clinico ci ha già preso di suo allora è meglio risparmiare al pz. una risonanza. Si risparmiano anche un mucchio di soldi e questo non sta a cuore solo ai consequenzialisti…
    Invece per una verità filosofica non ci rimettono né pazienti né casse pubbliche (a parte qualche esperimento, a dire il vero) e in compenso il guadagno è la smentita di qualche assurdità che infetta le nostre menti. Lo so che anche questo suona consequenzialista, ma che ci vuoi fare: non sono i deontologi kantiano quelli che escludono che le conseguenze contino!


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