18
Gen
10

Alla ricerca delle morali perdute

Si può pensare la riflessione morale (filosofica e non) come un viaggio Alla ricerca delle morali perdute.  E’ su questo tema che l’estinto mi onora di un suo post, che certamente troverebbe d’accordo anche l’amorale.

Si può pensare l’etica, dicevo, non come la ricerca dell’unica morale giusta, vera, universale e definitiva: una cosa del genere semplicemente non esiste. Bensì come la ricerca dei criteri in base ai quali possiamo escludere dal novero delle morali accettabili quelle ingiuste, mostruose, false. E’ probabile che morali di questo tipo siano morali perdute.

Mi spiego: gli esseri umani hanno una tale creatività che potrebbero inventarsi la più bizzarra e raccapricciante delle morali. Anzi, è proprio questo che hanno fatto nel corso dei secoli, creando morali razziste, schiaviste, misogine, improbabilmente astratte, assurdamente ascetiche o perversamente libertine. In punta di fatto, le morali sono il catalogo dell’umana follia. Alcune di queste sono state sconfitte dalla storia (e forse questo è un argomento a favore dell’idea di progresso morale), altre prosperano nonostante suscitino orrore in molti, altre ancora, forse più perverse di quanto sappiamo immaginare, si presenteranno nel futuro (e questo è un argomento contro il progresso morale).

Tuttavia, c’è un senso in cui si può dire che le morali immorali (chiamiamole così) non sono più una reale possibilità per gli uomini: se si prova davvero a vivere in quel modo (da nazista puro, poniamo, o da schiavista convinto o anche solo da perfetto egoista razionale) ci si scontra con un limite che ha a che fare tanto con la biologia quanto con la filosofia. Per esempio (scelgo apposta una teoria non utilitarista): una morale iperrazionalista della sacralità della vita fisica, che prescrivesse di massimizzare il numero di vite esistenti del tutto a prescindere dalla sofferenza che queste possono comportare e che anzi prevedesse come un dovere la moltiplicazione coatta della razza umana alla maggiore velocità possibile (per esempio obbligando a sfruttare al massimo tutte le tecniche di stimolazione ormonale per ottenere parti plurigemellari ad ogni gravidanza) suscita in noi una serie di reazioni negative: la miseria della vita in una condizione di estrema povertà, la coercizione imposta a donne e uomini di procreare a ritmi forsennati e di sottoporsi a programmi di iperfertilizzazione, il prevedibile collasso della convivenza civile in queste condizioni e così via ci paiono inaccettabili. Perché? Il filosofo dirà che si tratta di una teoria inaccettabile perché irrazionale e forse con un paio di buoni argomenti riusciamo anche a dimostrarlo. Tuttavia, si tratta anche di una teoria “inumana” in un senso peculiare: il nostro cervello, ci dicono le neuroscienze – o anche solo l’evoluzione per questo -, sembra funzionare in base a un mix di valutazioni che non includono solo “il maggior numero di vite possibili”, bensì anche cose come la qualità emotiva delle relazioni, la possibilità di una buona convivenza, il prosperare non solo della specie ma anche degli individui in relazione fra loro.

Le nostre reazioni (che le neuroscienze lo confermino è confortante, anche se lo sapevamo già) dicono che siamo animali che non possono agire in base a un principio assoluto così astratto; e la riflessione filosofica seria tiene conto di questa impossibilità e mostra perché una simile teoria morale non può avere forza normativa. 

Ora, l’idea di morale perduta vuole alludere a questo vincolo naturale e teorico insieme: vi sono modi di svilupparsi della forma di vita che chiamiamo uomo che, benché teoricamente non assurdi (il principio di moltiplicarsi è davvero uno dei principi operativi della vita ed è prescritto da molte morali, quel che non è scritto è che sia un principio assoluto) non sono comunque praticabili per gli esseri umani. Potevamo forse avere una morale della sacralità assoluta del numero delle vite fisiche, ma in un mondo diverso da questo. E se provo a fondare e diffondere una morale simile, probabilmente mi scontrerò con l’impossibilità delle persone a viverla.

Ecco allora, per dirla tutta: scienza e filosofia possono collaborare in etica per imparare a riconoscere le morali invivibili, quelle che non sono più una possibilità reale per esseri quali siamo. Non ci dicono quale sia la morale che ci fa vivere meglio in assoluto (questo purtroppo e per fortuna è qualcosa che dobbiamo scoprire da soli), ma insieme possono segnalare quando, nel cercare di capire che cosa sia più giustificato fare, stiamo prendendo gli umani per degli angeli o per dei bruti, fallendo in entrambi i casi clamorosamente il bersaglio.

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6 Responses to “Alla ricerca delle morali perdute”


  1. 18/01/2010 alle 21:39

    Un bellissimo post, condivisibile ed essenziale.

  2. 2 LUCA T.
    19/01/2010 alle 14:40

    Bel post! Non siamo angeli e la vita non è sempre buona ….

  3. 3 Simona
    19/01/2010 alle 17:24

    Caro Roberto,
    il post è sicuramente interessante e ben impostato (chissà mai chi potrebbe dire il contrario…)
    Mi piacerebbe però un tuo parere su una tesi non dissimile ma con una serie di implicazioni notevoli: se è vero che dal punto di vista della conquista delle “terre emerse” e dunque delle risorse naturali ormai il “capitale” sta raggiungendo (se non ha già raggiunto) il massimo livello di sfruttamento possibile, allora la scena cambia e la discussione politica si sposta alla BIOPOLITICA (o addirittura alla zoopolitica) implicando che la morale è su vita/morte…qui si aprono, evidentemente, spazi di riflessione rivoluzionari…il “diritto alla vita”, la sacralità del corpo, il “massacro” degli animali, fino alla religione……….
    Che ne pensi?Possiaamo ancora pensare che non esistano “diritti” che, come una briscola, dovrebbero sanare ogni ulteriore, possibile, carta?
    Grazie per il parere che, magari, vorrai condividere…………
    Auguroni di cuore per il nuovo anno!
    Simo

  4. 19/01/2010 alle 18:04

    Anche in economia qualcuno in passato progettava di circoscrivere e buttare nello sciacquone le distribuzioni più inefficienti e impresentabili dei diritti.

    Ronald Coase con il teorema che gli valse il Nobel dimostrò che bastava imporre una sola condizione: la negoziabilità dei diritti stessi. Con bassi costi di transazione qualsiasi sistema di partenza si sarebbe riportato sui binari “naturali”.

    ***

    Il problema con l’ etica naturalizzata è che quanto più è “naturalizzata” tanto più è inutile. Che senso ha prescrivere qualcosa che è inevitabile in quanto “naturale”?

    Se proprio la naturalizzazione ha un messaggio per il moralista penso che questo sia stato intercettato al meglio dai cosiddetti libertari-conservatori alla Hayek:

    – la LIBERTA’ conta in quanto lubrifica l’ evoluzione;

    – la TRADIZIONE conta in quanto frutto prezioso dell’ evoluzione.

  5. 23/01/2010 alle 10:07

    Per prima cosa ringrazio tutti per i commenti. A quelli di apprezzamento mi inchino e spero solo di saper continuare questo discorso in modo degno.
    @Simona: certo che sollevi solo un paio di problemini da poco! Un’etica che si purifica di ciò che è ormai “perduto” (il che non significa che noi non continuamo ostinatamente a cercarlo) non può non spogliarsi di un certo grado di antropocentrismo. Quest’ultimo non solo è tipico nella tradizione Occidentale (secondo alcuni, come Lynn White Jr. e John Passmore è tutta colpa del cristianesimo e dei benedettini – il che significa dare troppo peso a dettagli della tradizione cristiana) ma è evidentemente un tratto evolutivo coerente con le esigenze della protezione della specie. Ora, se l’evoluzione culturale ci emancipa dal terrore dell’animale come minaccia e al tempo stesso ci offre mezzi di sostentamento diversi dalla caccia e dall’allevamento intensivo, questi ultimi diventano sempre meno giustificati e si può sviluppare un rapporto diverso con gli animali. Potrebbe quindi accadere che un’etica del rispetto per i viventi introduca un mutamento nelle nostre abitudini alimentari, di sfruttamento e di distruzione. Ma è dall’etica che comincerebbe il cambiamento, non dalla biologia. E non si tratta del vegetarianesimo, si tratta di un più moderato uso delle risorse e di un recupero del valore simbolico dell’uccisione dell’animale: la soppressione di un vivente può essere ancora una necessità, ma la sua preziosità deve essere in qualche modo celebrata.
    @broncobilly: ti rispondo con un post apposito, la tua competenza merita una riflessione un po’ più approfondita e mi permette di continuare il discorso. 😉


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