Archivio per gennaio 2010

30
Gen
10

Divagazioni immoraliste

Bisogna permettere agli uomini di commettere grandi colpe verso se stessi, per evitare un più gran male: la servitù

Chi fosse nato per obbedire, obbedirebbe anche sul trono

 

Quando ci si prende la licenza di abbandonare i sentieri battuti dei Grandi Autori e ci si inoltra in qualche collinosa  provincia fatta di cosiddetti “autori minori”, capita talvolta di incontrare testi di grande bellezza ed eleganza, come castelli feudali  nascosti fra la vegetazione alle pendici di un Monte mille volte già visto, che però dalla nuova posizione prende una luce insolita e assume colori inattesi.

Le frasi riportate all’inizio del post sono di Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues (1715-1747), uno dei meno noti fra i moralisti francesi, ovvero quella lunga e nobile tradizione di pensiero che si può far iniziare all’incirca con Michel de Montaigne e che include autori come La Rochefoucauld, Chamfort, Chateaubriand e si protrae, secondo alcuni, fino al Novecento con scrittori come André Gide e Jean Baudrillard (sull’ultimo, invero, avrei qualche perplessità)=1=.

Il pregio principale delle Réflexions et Maximes di Vauvenargues è la chiarezza unita alla profondità (sorprendente in un uomo che morì a trentadue anni). Sono meno frasi ad effetto che giudizi ponderati: hanno l’armonia di un pensiero levigato, non l’acume di una lingua affilata. Vauvenargues non è cinico come La Rochefoucauld, non è brillante come Voltaire (di cui era grande amico), anche se alcune sue massime strappano il sorriso (“Non si arriva mai a lodare una donna o uno scrittore mediocre quanto si lodano da sé”). E’ uno spirito aristocratico, con il senso della libertà proprio di un animo nobile, che amava meno stupire che essere fedele al vero (“E’ più facile dire cose nuove che mettere d’accordo quelle che furon già dette”; “Quando un pensiero ci si presenta come una profonda scoperta, e noi ci diamo la briga di svilupparlo, troviamo spesso che è una verità di quelle che corron le vie”).

Tornerò di nuovo sui pensieri di questo autore, che teneva insieme passioni e ragioni con un così limpido equilibrio da non aver bisogno di costruire complessi sistemi di psicologia morale.

 Questa volta richiamo solo la scoperta collaterale che ho fatto seguendo le sue tracce. Si tratta del castello di Vauvenargues, residenza avita della famiglia de Clapiers, una località che si trova in Provenza, non molto lontano dal capoluogo, Aix-en-Provence.

Bene: le guide turistiche che citano Vauvenargues (meno di 900 abitanti oggi, non propio una metropoli…) non parlano dei de Clapiers e non ricordano affatto il giovane marchese filosofo, ma raccontano una storia più recente: nel 1958, il castello fu acquistato niente meno che da Pablo Picasso, il quale rimase folgorato non tanto dall’edificio quanto dal fatto che questo si trovasse proprio ai piedi del Montagna Sainte-Victoire: sì quella di Cézanne.

Pare ch , dopo l’acquisto del castello, Picasso abbia detto al suo venditore di aver comprato la Montagna Sainte-Victoire di Cézanne. “Quale versione?” chiese l’amico pensando a un quadro – “Ma l’originale!” rispose Picasso. (Quando si dice che certe battute di spirito bisogna potersele permettere…)

Picasso vi passò solo due anni (il castello sembrava troppo austero e freddo alla moglie) ma non lo vendette mai. Comprò invece un’assolata villa in Costa Azzurra (a Mougins per la precisione) e vi passò la gran parte del tempo, salvo transitare di tanto in tanto per una notte a Vauvenargues mentre era diretto ad Arles o Nîmes a vedere le corride.

Quando Picasso morì (l’8 aprile del 1973, alla bella età di 92 anni) le autorità di Mougins non ne vollero sapere di ospitare il cadavere di un artista perverso, così il corpo fu riportato proprio a Vauvenargues, dove infatti è sepolto. Il castello è ancora di proprietà dei Picasso, ma l’estate scorsa è stato riaperto (per una sola stagione?) da una delle eredi (Catherine Hutin) in occasione delle celebrazioni e mostre che la Provenza ha dedicato al pittore spagnolo.

Ora, considerata la congiunzione geografico-astrale, alla mente curiosa sorgono spontaneamente alcune domande:

  1. Forse anche Luc de Clapiers è sepolto a Vauvenargues, in qualche nascosto anfratto del castello, ma nessuno lo sa? (sembra improbabile, perché morì a Parigi, dove viveva assai poveramente, per di più sfigurato dal vaiolo; ma anche per questo la famiglia potrebbe averlo riportato a casa: un funerale nella capitale costa certamente di più!)
  2. Picasso sapeva di Luc de Clapiers e delle sue Riflessioni e Massime? Avrà cercato mai una traccia del suo ingegno incisa nelle mura del castello? (ho seri dubbi che Picasso ne sapesse alcunché…)
  3. Ci sarà mai mai stato un qualche critico d’arte che, erudito al punto di sapere di Vauvenargues (l’uomo e il luogo), abbia scoperto le segrete influenze dei pensieri del giovane filosofo sul dipinto Donna nuda sdraiata sotto un pino (Femme nue couchée sous un pin, 1959), che fu realizzato nel castello e ancora là si trova? (tutto sommato, data la creatività dei critici, direi che delle tre ipotesi questa è la più probabile …)

=1= Ne parlo un po’ nel mio Elogio dell’immoralista (Bruno Mondadori, Milano 2009), ma il merito di tener viva presso di noi questa tradizione è principalmente di Adriano Marchetti, che ha curato una splendida antologia di questi autori (da Montaigne a Baudrillard, appunto) per i tipi di Rizzoli: Moralisti francesi classici e contemporanei, a cura di A. Marchetti, Rizzoli, Milano 2008.

24
Gen
10

Fellini moralista? Come dimenticare Nine e vivere felici

Ho visto Nine, il film di Rob Marshall (Chicago, Memorie di una Geisha) tratto dal musical di Broadway dedicato a Fellini e in particolare ai suoi due capolavori: La dolce vita e 8½.

Purtroppo.

 Tanto Fellini era immaginifico, leggero, ironico e spietatamente onesto, così questo numero di avanspettacolo gronda di prevedibilità, di inutile drammaturgia, di osceni luoghi comuni sull’Italia (la prossima volta che per fare “italiano” usano una canzonetta napoletana che parla di sole e mandolini faccio una strage, lo giuro), di videoclip degni delle Spice Girls (il numero di Kate Hudson è pura MTV), e soprattutto di moralismo.

Tutto il film-musical viene fatto girare intorno al rapporto di Guido (un modesto Daniel Day-Lewis che incomprensibilmente qui si chiama Contini, mentre nell’originale Guido “Snaporaz” si chiama Anselmi) con la moglie (Marion Cotillard, l’unica del cast che reciti sul serio per almeno un paio di minuti), con tanto di condanna etica dell’adultero (il medico che dice: “questa è una faccenda sordida… voi gente di spettacolo credete di essere al di sopra di ogni morale!”), di tormentosi sensi di colpa, di amante troppo intelligente e volitiva (una Penelope Cruz completamente fuori parte), di virtù ritrovata (Guido si lascia sfuggire l’assatanata giornalista-Spice) e di tentativo di riconquistare la moglie nel finale. Con una Nicole Kidman (anch’essa totalmente fuori parte) che dovrebbe essere la Cardinale ma è troppo bionda, troppo alta, troppo australiana, troppo rifatta, troppo tutto. La storia dell’amore perduto e ritrovato si mangia ogni cosa, perfino l’incoerenza delle immagini, l’astronave, il circo… Per non parlare dell’ardita metafora finale del fanciullo seduto sulle ginocchia del regista che ritrova se stesso, la sua infanzia, la madre (una Sophia Loren che fa il videoclip di se stessa) e financo l’arte. Disgustoso.

Se è la ricerca di un’onestà radicale ma innocente, la confessione dei propri limiti umani e professionali senza sconti ma anche senza morale, senza redenzione, senza prosopopea, Nine è il suo contrario, è la trasformazione di Fellini in un esistenzialista e un neorealista (un neorealista??? Nessuno più di Fellini ha ucciso il neorealismo!), è la vendetta dei benpensanti, è la condanna protestante della dolce vita. Un tributo da far rivoltare le anime del Purgatorio.

è un esercizio di écriture de soi, un film che si può fare una volta sola, un momento di verità che Fellini stesso perse definitivamente nell’istante successivo ad averlo finito. Ora, ci sono le attenuanti: Nine è solo un tributo all’immagine del Maestro e della sua Italia, per come la hanno vista e fraintesa a Broadway. Va bene. Ma è come andare a vedere Hamlet sulla 48a strada: non bisogna poi stupirsi se il pubblico ride durante la carneficina finale (è successo, credetemi, l’ho visto con questi occhi; vi basti sapere che Amleto era Jude Law… e non era nemmeno il peggiore degli attori in scena!).

Insomma, hanno fatto un drammone romantico e patinato con dentro un paio di sfilate di moda intima. E poi ci hanno appiccicato il maschio latino e una Saraghina che pesa due terzi in meno dell’originale. E non basta un’Alfa Romeo Spider per ricreare la Roma del 1965.

E poi: che fine ha fatto Carini?

 Il critico intellettuale che infastidiva Guido-Mastroianni con le sue osservazioni pedanti, la sua saccenteria, i suoi sofismi da moralista… ecco, ora ho capito: Carini era il parafulmine del moralismo, era ciò contro cui il Fellini immoralista concentrava la sua ironia più perfida, il suo non allinearsi alle mode, la sua onestà intellettuale. (Capolavoro assoluto la scena in cui lo impiccano, durante la visione dei provini)

In un film così non ci sta. Questo Fellini-Contini non ha alcun rapporto con la cultura (ironia dei nomi: uno dei più grandi storici della letteratura italiana si chiamava Contini, Gianfranco per la precisione), è solo un uomo infedele e un pessimo regista. Il critico Carini nell’originale è in scena all’inizio e alla fine del film, oltre che in tutti i passaggi cruciali; è con lui a fianco in macchina che Guido trova una sintesi provvisoria, un momentaneo riconoscimento di sé. Il Guido di Nine non impiccherebbe mai Carini, piuttosto si metterebbe lì a farsi fustigare con una copia di Vogue.

Fellini ha le sue responsabilità. E gli italiani anche. Ma vogliamo davvero rassegnarci a permettere che ci vedano sempre così?

23
Gen
10

Le morali perdute e la tradizione

Un commento di Broncobilly al mio Alla ricerca delle morali perdute mi offre la possibilità di portare un passo avanti la riflessione e di connetterla con il mio tema dell’immoralismo. Anzitutto ringrazio Bronco (per gli amici, suppongo, anche se non ci conosciamo) per aver segnalato le osservazioni di Coase e Hayek sul rapporto fra libertà e tradizione. Tuttavia il punto cruciale è quello che riguarda la “naturalizzazione dell’etica”. In un post di Bronco si può vedere la sua tesi. Più in generale: può sembrare che l’appello alle scienze (neuro e non) in riferimento all’etica suoni come una versione del programma naturalistico. Ma non è cosi.

Un’etica naturalizzata nel senso di una mera descrizione del comportamento è evidentemente un controsenso. L’etica è controfattuale o non è. In realtà, l’opportunità offerta oggi  dalle neuroscienze e dalla biologia non è la naturalizzazione. E’ la possibilità di essere più ragionevoli nel nostro cercare di escludere i comportamenti inaccettabili per umani quali siamo. Fare questo è tutt’altra cosa dal cercare il fondamento di validità della morale. Sotto questo profilo, una cosa mi pare certa: l’unica fonte della morale è la libertà e la biologia ne è soltanto da un lato il supporto esistenziale (l’evoluzione ci ha dotati di un certo tipo di cervello) e dall’altro la cartina di tornasole, l’ambito su cui la libertà ha impatto e che risponde ai nostri deliri e alla nostra saggezza con dei “posso” o “non posso”. A volte, l’impossibilità di vivere secondo una certa etica o ideologia (in questo senso non faccio qui differenze) non si manifesta subito. Non succede che decido di essere nazista e scopro di non poterlo essere il giorno stesso (se ci riflettessi bene, in realtà, lo scoprirei, ma si sa, il nazista medio non riflette molto). Succede magari che si scopre che il prezzo per la vita di essere nazista è così alto che i viventi vi si ribellano con tutte le proprie forze e, al superficiale successo dell’ideologia brutale della superiorità della razza, reagiscono, dopo il primo stordimento, con l’eroismo e la determinazione che conosciamo dai resoconti della Resistenza in tutti i Paesi.

Ora, l’etica liberale non avrebbe potuto mai da sola sconfiggere il nazismo. E’ che quest’ultimo, nonostante la connivenza dei teorici post-darwiniani dell’eugenetica e del razzismo, non era espressione di una morale vivibile (ci sono voluti pochissimi anni – rispetto ai tempi dell’evoluzione – per vedere che era così). La biologia ha dato una robusta mano all’etica liberale, anche attraverso la lotta degli interessi, l’aspirazione al dominio (la parabola del rapporto Hitler-Stalin mostra proprio questo) e così via. Non c’è purezza di ideali nei grandi movimenti della storia. Ma c’è un contributo positivo delle reazioni istintive, che quando si uniscono alla libertà hanno una forza irresistibile.

Bronco cita Hayek e la sua tesi che la tradizione custodisce l’evoluzione. Rispondo che in parte è vero, ma che qui bisogna distinguere attentamente: l’evoluzione culturale non è unidirezionale, vi sono paurosi crolli nella barbarie e vi sono arcaismi che la tradizione cerca di imporre tanto sulla libertà quanto sulla biologia perché ne ha frainteso il movimento interno. La tradizione è ambigua per la morale: sappiamo che proprio nazismo e fascismo facevano perno sull’appello alla tradizione (nel caso dei nostri fasci il ritorno al mondo romano aveva tratti davvero ridicoli, ma l’efficacia retorica era imbattibile).

Il compito dell’immoralista è smascherarne le forme arcaiche, il ressentiment nascosto, la violenza inconfessata, e riportare la libertà in contatto con la vita. E’ in questo che la nostra sensibilità deve essere desta: nel cogliere l’elemento “antivitale” di certi aspetti della tradizione, nel ricordare che una tradizione statica è morta e uccide, che la vera tradizione è un’evoluzione continua delle forme e dei costumi entro una dinamica vitale che resta in contatto con i propri bisogni fondamentali e con l’impulso più fondamentale di tutti, quello a non essere schiavi. Insomma: la tradizione custodisce l’evoluzione solo quando non le impedisce di evolvere.

22
Gen
10

Jimmy Raney: improvvisare è comporre (improvisation as composition)

18
Gen
10

Alla ricerca delle morali perdute

Si può pensare la riflessione morale (filosofica e non) come un viaggio Alla ricerca delle morali perdute.  E’ su questo tema che l’estinto mi onora di un suo post, che certamente troverebbe d’accordo anche l’amorale.

Si può pensare l’etica, dicevo, non come la ricerca dell’unica morale giusta, vera, universale e definitiva: una cosa del genere semplicemente non esiste. Bensì come la ricerca dei criteri in base ai quali possiamo escludere dal novero delle morali accettabili quelle ingiuste, mostruose, false. E’ probabile che morali di questo tipo siano morali perdute.

Mi spiego: gli esseri umani hanno una tale creatività che potrebbero inventarsi la più bizzarra e raccapricciante delle morali. Anzi, è proprio questo che hanno fatto nel corso dei secoli, creando morali razziste, schiaviste, misogine, improbabilmente astratte, assurdamente ascetiche o perversamente libertine. In punta di fatto, le morali sono il catalogo dell’umana follia. Alcune di queste sono state sconfitte dalla storia (e forse questo è un argomento a favore dell’idea di progresso morale), altre prosperano nonostante suscitino orrore in molti, altre ancora, forse più perverse di quanto sappiamo immaginare, si presenteranno nel futuro (e questo è un argomento contro il progresso morale).

Tuttavia, c’è un senso in cui si può dire che le morali immorali (chiamiamole così) non sono più una reale possibilità per gli uomini: se si prova davvero a vivere in quel modo (da nazista puro, poniamo, o da schiavista convinto o anche solo da perfetto egoista razionale) ci si scontra con un limite che ha a che fare tanto con la biologia quanto con la filosofia. Continua a leggere ‘Alla ricerca delle morali perdute’

15
Gen
10

La diagnosi genetica preimpianto. Perché non è eugenetica

Questa volta su Europa sono intervenuto sulla sentenza con cui un giudice di Salerno ha autorizzato una coppia a fare una diagnosi genetica preimpianto (cosa che sembra vietata dalla legge 40). Le polemiche sono scoppiate subito, ieri, ma come al solito prendendo posizioni massimaliste, del tipo: “ecco la deriva eugenetica che arriva! Fermateli!!!” (più o meno così il Sottosegretario alla Sanità Eugenia Roccella). Siccome mi sembra che la sensibilità umana per la sofferenza consigli di assumere toni meno violenti, ho provato a far riflettere sulle buone ragioni della sentenza. Chi non è d’accordo alzi la mano.

14
Gen
10

I doveri della cittadinanza

Su Europa una versione rivista del mio intervento sulla questione della cittadinanza agli immigrati. Comments are invited!




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