Archivio per dicembre 2009

10
Dic
09

Che cosa pensano i filosofi?

Un interessante sondaggio è stato condotto fra i filosofi “di professione” (docenti, ricercatori, laureati e studenti, più alcuni vari) sui principali dibattiti filosofici in corso. Il sondaggio è stato (autorevolmente) svolto da Philpapers, un portale-motore di ricerca filosofico diretto da David Chalmers (NYU) e David Bourget (London) e ha interessato 3226 persone. C’è anche un metasondaggio su “ciò che pensate che i filosofi pensino” ma è stato effettuato da molte meno persone (727).

Alcuni risultati sono interessanti. Considero solo quelli relativi all’etica: il 56,3% accetta o inclina verso il realismo morale, contro un 27,7% di anti-realisti e un 15,8% di “altro”. Strana predominanza, segno dei tempi: il realismo morale sembrava morto e sepolto negli anni Quaranta e Cinquanta, dopo gli attacchi feroci e sapienti degli emotivisti (sulla scia del neopositivismo), tipo Ayer, Stevenson e soci. Ho il sospetto che le cose siano cominciate a cambiare quando è riemersa l’etica normativa, in particolare quella applicata, alla fine degli anni Sessanta. Il fatto curioso è che fino agli anni Ottanta, vedi Richard Mervyn Hare e Peter Singer, gli utilitaristi erano forse in maggioranza antirealisti (utilitarismo delle preferenze) mentre ora questa predominanza del realismo fa pensare a un ritorno di fiamma del naturalismo benthamita. Altro elemento contrastante è che i rawlsiani sono generalmente non-realisti (il costruttivismo è certamente una teoria non-realista) e considerato che sono il mainstream suona strano che siano in minoranza (anche se sommiamo gli “altri” e gli “antirealisti” arriviamo a 43,5%). Quello che il sondaggio non dice è che tipo di realisti siano questa maggioranza: intuizionisti classici? Naturalisti empirici? Naturalisti metafisici? Realisti kantiani (sì esistono anche questi e io sono uno di loro)?

Altro dato: il cognitivismo prevale nettamente (65,7%) sul non-cognitivismo (16,9%) (BEN 17% gli “altri”, una categoria che secondo la metaetica che si insegna nelle università non potrebbe nemmeno esistere: fra cognitivismo e non cognitivismo tertium non datur!). Anche qui, il segno dei tempi: fino agli anni Sessanta vi sfido a trovare un cognitivista che non fosse un residuato dell’intuizionismo prebellico o un utilitarista selvaggio. Poi qui forse Rawls ha veramente fatto la differenza: coniugando antirealismo e oggettivismo con la teoria costruttivistica ha sdoganato anche nuove forme di cognitivismo.

Il dato più sconcertante, stando alla metaetica di scuola, è però quello delle famiglie normative: la più diffusa è “other” (32,3%), cioè né deontologia (25,8%), né consequenzialismo (23,6%), né etica delle virtù (un misero 18,1%). Cioè la maggioranza relativa dei filosofi non si riconoscono in nessuna delle tre grandi famiglie normative. Forse questo dipende anche dall’aver posto l’alternativa fra consequenzialismo e “deontologia” (invece che semplice “non-consequenzialismo, come insegnava D.C. Broad), cosa in cui molti teorici dei diritti o della titolarità o di dottrine miste non si riconoscono. Se, come purtroppo capita, si pensa che la deontologia ESCLUDA la considerazione delle conseguenze (cosa che nessuna dottrina deontologica ha mai fatto) allora è ovvio che ci si schiera con la terza via, per quanto fumosa sia.

Infine un dato curioso: il 36,1% pensa che si sopravviva al teletrasporto (cioè, se ci trasferiamo su un altro pianeta tramite trasferimento della “forma” in una diversa materia continuiamo a vivere come se niente fosse accaduto. L’esempio ha dignità filosofica da quando ne ha parlato Derek Parfit in Ragioni e persone, 1984). Per il 31,1% invece si muore. Per il 32,6% l’esito è “altro”. Cioè suppongo, si vive ma un po’ malmessi o quanto meno non proprio in sé. Il fatto interessante è la vicinanza dei tre dati: praticamente è il tema su cui la comunità filosofica è in assoluto più divisa. Non so bene che cosa voglia dire questo. Forse il problema è che non sappiamo granché chi o che cosa veramente siamo e perfino un esempio banale (ma solo apparentemente banale) come questo ci manda in confusione totale.

Chalmers e Bourget si soffermano per ora solo sulla differenza fra alcune opinioni espresse e il metasurvey, ovvero ciò che i filosofi pensano che i loro colleghi pensino. Così, per esempio:

In four cases, the population gets the leading view wrong: predicting subjectivism rather than objectivism about aesthetic value, invariantism instead of contextualism, consequentialism instead of deontology, nominalism instead of Platonism.

La comunità filosofica sembra quindi più oggettivista e più deontologica di quanto gli stessi filosofi pensano che sia. Con tutte le cautele del caso (gli editors sono molto prudenti in merito), sembra che non ci si possa fidare troppo dell’autopercezione dei filosofi su se stessi. Figuriamoci sul resto…

L’amorale non si pronuncia con un parere in merito, ma starei per lanciare una sfida a commentare i dati. Ovviamente rivolta a tutti!

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07
Dic
09

André Gide, L’immoralista, 1902

I più pensano di potere ottenere qualcosa di buono da se stessi solo con la costrizione; si accettano solo contraffatti. Ognuno desidera assomigliare il meno possibile a se stesso; ognuno si costruisce un modello, poi lo imita; accetta addirittura un modello già scelto. Si dovrebbero cercare altre cose nell’uomo, io credo. Ma non si osa farlo. Non  si osa voltare pagina. Io le chiamo leggi dell’imi­ta­zione, leggi della paura. Hanno paura di essere soli e così non si trovano mai. Io disprezzo questa agorafobia morale che è la peggiore delle vigliaccherie. […] Si ricorre all’imitazione, pretendendo così di amare la vita.

02
Dic
09

For those who think that Kant was a cold rationalist…

(my translation from German):

“There is no man which is deprived of any moral sentiment, since a total insensibility towards this feeling would mark his moral death, and if (to speak in medical terms) the ethical vital force were not any more able to produce this sentiment, humanity (for a chemical law, so to say) would disperse itself in mere animality e would merge without remedy with the mass of all the other natural beings” (Metaphysics of Morals, p. 400)

David Hume was definitely less extreme: at his best, he wrote that “there never was sny nation of the world, nor any single person in any nation, who was utterly depriv’d of them [the moral sentiments] […] These sentiments – the moral ones – are so rooted in our constitution and temper, that without entirely confounding the human mind by disease or madness, ‘tis impossible to extirpate and destroy them” (Treatise of Human Nature, 474).

A morally insensible person, for Hume, is a mad person. For Kant is a dead human agent. Who is the sentimentalist?

01
Dic
09

La tecnica dell’utilitarista

Simpatica discussione su un paio di tecniche retoriche sempreverdi. Ho dato il mio contributo, ma il merito dell’idea è di Alex.




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