Questa volta non sono i black bloc o gli anarco insurrezionalisti (quelli sono tutti a Vancouver), non sono le BR o i neofascisti (i primi si sono un po’ ristretti, i secondi stan più nascosti), non sono i tifosi del Napoli o di qualche squadra inglese (questo solo perché lo stadio era in un’altra zona). Questa volta sono loro. Ed è una guerra fra loro: latinos (pare che siano stati dei ragazzi dei “Latin Chicago” ad accoltellare l’egiziano) e nordafricani (egiziani e magrebini).
La sensazione di trovarsi nella versione mediterranea di una West Side Story, o meglio, nello squallore del clima delle Gangs of New York è a dir poco inquietante. Non si tratta della lieve inquietudine del Wasp dei quartieri alti (Corso Venezia è separato da via Padova solo da un già molto inquieto Corso Buenos Aires). E’ la sensazione della terra di nessuno, del vuoto di potere, dell’incapacità di controllare il territorio. Una situazione che purtroppo a Rosarno conoscono bene, ma che qui a Milano sta emergendo in modo sempre più diffuso: condomini che sono totalmente ostaggio dello spaccio, quartieri che non è possibile controllare, zone che non sono più solo malavitose ma semplicemente estranee alla vita civile (tutto questo c’è sempre stato, a Milano come altrove, ma la sensazione che ora le zone fuori controllo siano più ampie è impossibile da scacciare).
Non è una questione di stranieri, almeno non nel senso in cui lo intende la Lega. E non è certo un problema di integrazione nel senso buonista di una compassione a buon mercato. Ho il sospetto che il problema, in via Padova come a Casal di Principe (con la differenza che un mafioso italiano è per definizione un delinquente, mentre un immigrato regolare può non esserlo, come un cittadino italiano), sia un problema di sovranità sul territorio.
Le gang esistono, qui come a New York e in tutto il mondo, perché ci sono dinamiche di gruppo che suscitano la competizione per il territorio: sotto questo profilo, gli uomini sono in tutto e per tutto simili a quegli animali territoriali che non tollerano l’invasione di nessuno nel loro “spazio vitale”. Semplice biologia. Le guerre fra gang si sviluppano quando queste percepiscono la mancanza di un potere di controllo più forte sul territorio. Nei paesi civili questo potere è normalmente lo Stato, che fissa le regole e le fa rispettare a tutti, nessuno escluso (italiani e stranieri, per intenderci).
Ora, questo potere al di sopra delle parti è l’essenza dello stato liberale: non serve evocare a gran voce eguali diritti se non si ha la forza di imporre il rispetto di quei diritti a tutti i cittadini e a chiunque calpesti il suolo nazionale.
Che via Padova sia diventata un ghetto, pardon: un quartiere ad alto tasso di immigrazione, lo si sapeva da tempo, come segnalavano le cifre relative agli esercizi commerciali aperti negli ultimi anni. Mi pare (benché si debba sempre essere prudenti su questi argomenti) che la situazione che ha generato la rivolta (il tipico e perfino romanzesco colpo di coltello per motivi di sfottò e gelosia) sia accaduta in un contesto in cui proprio l’assenza di un efficace potere superiore di controllo ha fatto pensare agli amici della vittima di doversi fare giustizia da soli. Cosa che giustamente la polizia ha cercato di evitare, ma a fatica.
Ora, la cosa sconfortante è che, del tutto a prescindere da quali etnie siano coinvolte (italiani compresi), la percezione che genera la vendetta, cioè la percezione della mancanza di un forte potere di controllo imparziale, è una percezione che in questi anni si insinua fra le nostre sensazioni in modo subdolo e per piccole fratture continue, nei modi e per le vie più disparate: anzitutto la difficoltà a ottenere giustizia, il dover lottare per convincersi che i colpevoli possano essere individuati e le resposabilità possano essere sanzionate, il dover alimentare una disperata speranza che vi sia imparzialità nei magistrati, soprattutto quando hanno a che fare (da accusatori o da giudici) con uomini potenti. Insomma, il fatto che la nostra fiducia nell’imparzialità e quindi nell’equità spazio pubblico appaia messa in discussione da uno stillicidio di piccole malefatte e grandi corruttele, dall’impossibilità di accertare le responsabilità, dal sospetto che talvota le accuse siano semplicemente strumentali o funzionali a una deriva mediatica totalmente impazzita, tutto questo rende la nostra percezione dell’autorità dello Stato più fragile e meno fiduciosa. E se questo accade per chi cittadino italiano lo è da quando è nato, immagino che accada anche più fortemente per chi è immigrato.
E’ ovvio che questa percezione non giustifichi nessuna vendetta. Un minimo di intelligenza umana o di cultura civile dovrebbe anzi suggerire che ciò che è cruciale in questi frangenti è la capacità di tutte le persone civili di esigere l’applicazione imparziale di leggi giuste. E’ per questo che mi pare ci sia un legame profondo fra la vicenda di via Padova, che sembra soltanto una questione di ordine pubblico, e lo sbriciolamento dell’ordine civile e politico che ormai troppi cittadini e responsabili pubblici di ogni livello e di ogni orientamento politico hanno prodotto in questo Paese. Non si tratta di riprendersi il Paese da quegli stranieri che ce ne stanno espropriando (in certe zone del Sud l’esproprio è avvenuto ad opera di italianissimi mafiosi molti decenni fa). Non ancora, per lo meno. Si tratta di smettere di pensare che i diritti di una democrazia liberale siano solo un laissez-faire. Al contrario, sono un intreccio di vincoli senza i quali non è possibile alcun rispetto e, quindi, alcuna convivenza.
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