
Ho visto Nine, il film di Rob Marshall (Chicago, Memorie di una Geisha) tratto dal musical di Broadway dedicato a Fellini e in particolare ai suoi due capolavori: La dolce vita e 8½.
Purtroppo.
Tanto Fellini era immaginifico, leggero, ironico e spietatamente onesto, così questo numero di avanspettacolo gronda di prevedibilità, di inutile drammaturgia, di osceni luoghi comuni sull’Italia (la prossima volta che per fare “italiano” usano una canzonetta napoletana che parla di sole e mandolini faccio una strage, lo giuro), di videoclip degni delle Spice Girls (il numero di Kate Hudson è pura MTV), e soprattutto di moralismo.
Tutto il film-musical viene fatto girare intorno al rapporto di Guido (un modesto Daniel Day-Lewis che incomprensibilmente qui si chiama Contini, mentre nell’originale Guido “Snaporaz” si chiama Anselmi) con la moglie (Marion Cotillard, l’unica del cast che reciti sul serio per almeno un paio di minuti), con tanto di condanna etica dell’adultero (il medico che dice: “questa è una faccenda sordida… voi gente di spettacolo credete di essere al di sopra di ogni morale!”), di tormentosi sensi di colpa, di amante troppo intelligente e volitiva (una Penelope Cruz completamente fuori parte), di virtù ritrovata (Guido si lascia sfuggire l’assatanata giornalista-Spice) e di tentativo di riconquistare la moglie nel finale. Con una Nicole Kidman (anch’essa totalmente fuori parte) che dovrebbe essere la Cardinale ma è troppo bionda,
troppo alta, troppo australiana, troppo rifatta, troppo tutto. La storia dell’amore perduto e ritrovato si mangia ogni cosa, perfino l’incoerenza delle immagini, l’astronave, il circo… Per non parlare dell’ardita metafora finale del fanciullo seduto sulle ginocchia del regista che ritrova se stesso, la sua infanzia, la madre (una Sophia Loren che fa il videoclip di se stessa) e financo l’arte. Disgustoso.
Se 8½ è la ricerca di un’onestà radicale ma innocente, la confessione dei propri limiti umani e professionali senza sconti ma anche senza morale, senza redenzione, senza prosopopea, Nine è il suo contrario, è la trasformazione di Fellini in un esistenzialista e un neorealista (un neorealista??? Nessuno più di Fellini ha ucciso il neorealismo!), è la vendetta dei benpensanti, è la condanna protestante della dolce vita. Un tributo da far rivoltare le anime del Purgatorio.
8½ è un esercizio di écriture de soi, un film che si può fare una volta sola, un momento di verità che Fellini stesso perse definitivamente nell’istante successivo ad averlo finito. Ora, ci sono le attenuanti: Nine è solo un tributo all’immagine del Maestro e della sua Italia, per come la hanno vista e fraintesa a Broadway. Va bene. Ma è come andare a vedere Hamlet sulla 48a strada: non bisogna poi stupirsi se il pubblico ride durante la carneficina finale (è successo, credetemi, l’ho visto con questi occhi; vi basti sapere che Amleto era Jude Law… e non era nemmeno il peggiore degli attori in scena!).
Insomma, hanno fatto un drammone romantico e patinato con dentro un paio di sfilate di moda intima. E poi ci hanno appiccicato il maschio latino e una Saraghina che pesa due terzi in meno dell’originale. E non basta un’Alfa Romeo Spider per ricreare la Roma del 1965.
E poi: che fine ha fatto Carini? 
Il critico intellettuale che infastidiva Guido-Mastroianni con le sue osservazioni pedanti, la sua saccenteria, i suoi sofismi da moralista… ecco, ora ho capito: Carini era il parafulmine del moralismo, era ciò contro cui il Fellini immoralista concentrava la sua ironia più perfida, il suo non allinearsi alle mode, la sua onestà intellettuale. (Capolavoro assoluto la scena in cui lo impiccano, durante la visione dei provini)
In un film così non ci sta. Questo Fellini-Contini non ha alcun rapporto con la cultura (ironia dei nomi: uno dei più grandi storici della letteratura italiana si chiamava Contini, Gianfranco per la precisione), è solo un uomo infedele e un pessimo regista. Il critico Carini nell’originale è in scena all’inizio e alla fine del film, oltre che in tutti i passaggi cruciali; è con lui a fianco in macchina che Guido trova una sintesi provvisoria, un momentaneo riconoscimento di sé. Il Guido di Nine non impiccherebbe mai Carini, piuttosto si metterebbe lì a farsi fustigare con una copia di Vogue.
Fellini ha le sue responsabilità. E gli italiani anche. Ma vogliamo davvero rassegnarci a permettere che ci vedano sempre così?
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